domenica 30 agosto 2020

GLI ITALIANI E LA "CORONAESTATE"

 

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA CERTA STAMPAANANKE NEWS.

É stata un’estate che ci ricorderemo per sempre. Un’estate strana, diversa, molto più spartana e malinconica rispetto alle precedenti. Un’estate che ci ricorda la caducità della vita, il nostro essere “come d’autunno sugli alberi le foglie”, nonostante non ci sia alcuna guerra in atto. Infatti c’è di peggio: una pandemia. Un’emergenza sanitaria scatenata da una forma di vita così elementare − un virus − che per molti ricercatori non può nemmeno essere considerata una forma di vita vera e propria, poichè i virus non sono neanche in grado di riprodursi autonomamente. Eppure siamo di fronte a qualcosa che esula dalle norme umane: se ad esempio una guerra si può prevedere, iniziare e terminare come si vuole (poichè appunto dipende dalle norme umane), una pandemia non si può nè prevedere, nè può cominciare e terminare quando si vuole. E a riguardo la storia ci insegna che le epidemie possono essere anche peggio delle guerre, poichè tante volte le seconde sono finite proprio a causa delle prime. Dunque oggi siamo tutti sotto scacco di un virus nato in Cina che, per effetto della iperglobalizzazione, ha dato vita a una pandemia. Chi si illudeva che dopo essere stati a casa per un paio di mesi a colorare arcobaleni e appendere striscioni si avrebbe avuto un’estate normale, di una rasserenante e scontata normalità come tutte le altre, si illudeva. Ma già è stato tanto che siamo potuti uscire di casa senza autocertificazione e senza troppi vincoli, che le attività commerciali hanno potuto riaprire (ma ovviamente solo quelle che si sono salvate dagli effetti disastrosi che la pandemia ha avuto sull’economia), che qualche manifestazione e qualche evento ben riuscito ci sono stati, ma se già a fine agosto è risalita la curva dei contagi, ciò dimostra che l’estate è stata vissuta con (fin) troppa leggerezza, così tanto plasmata da un’insofferenza e un edonismo tipici della società attuale, che cerca di farci vivere tutti come bambinoni viziati a cui tutto è dovuto. Perchè dire di no a una passeggiata serale sulle strade strapiene del corso, gomito a gomito, se fuori fa fresco? Perchè dire di no a una bella rimpatriata con amici e parenti su una tavolata strapiena mentre si cerca di stringersi ancora di più per entrare tutti nel selfie di rito? Perchè dire di no ai weekend passati − da giugno fino a metà agosto − in discoteche strapiene, con prezzi inflazionati (ma con ospiti dal cachet inferiore rispetto agli altri anni), tanto per bere cocktail annacquati a caro prezzo o per apparire “fighi” laddove si prenda il tavolo e dunque si buttino centinaia e centinaia di euro per bottiglie di Grey Goose, Moët & Chandon, Veuve Clicquot, Dom Pérignon a prezzi anche quintuplicati rispetto al loro reale valore? La società dei bambinoni viziati, a cui tutto è concesso, a cui tutto è dovuto e nessun divieto può essere imposto, nella stagione più edonistica dell’anno, non può certo farsi fermare da un evento come la pandemia, tant’è che in giro se n’è vista sempre tanta di gente, anche troppa. Gente che è uscita per il semplice gusto di uscire, non per chissà cosa. In un’estate con pochi eventi in circolazione, le occasioni per uscire e per alleggerire il portafoglio sono state limitate, monotone, ripetitive, ma allo stesso modo gettonatissime. Routine di uscita tipiche sono state il format “cena + caffettino o liquorino al bar + gelatino o yogurtino tanto per concludere in grande la seratona” o “aperitivo o pizzetta in centro + giro per i mercatini + sosta al luna park al fine di placare le lagnanze dei pargoli”. Non che sia vietato uscire e, obiettivamente, è assurdo poter pensare che dopo mesi di lockdown si possa passare anche l’estate dentro casa, ma ha senso la necessità di uscire sempre e comunque, ogni pomeriggio, ogni sera, e dover necessariamente incontrare tutti i parenti, tutti gli amici, tutti i colleghi, eccetera, eccetera, come se fosse un anno pari a quelli passati? Per poi fare cosa, nello specifico? Godere dell’attenzione e della compagnia di altre persone con cui poter chiacchierare del più e del meno, di cose di attualità come...il coronavirus? Un virus di cui sicuramente si parlerà ancora a lungo se permane tanta gente che crea assembramenti per ragioni futili, senza considerare che gli eventi − anche di qualità e con artisti di livello − ci sono anche stati questa estate, pure in Abruzzo. Eventi a cui si accedeva previa prenotazione e registrazione e con posti distanziati. Dunque l’alternativa allo stare dentro casa c’è stata eccome, ma il governo non ha fatto i conti con la massa di persone − in particolar modo giovanissimi − i quali, annoiati da mesi e mesi di nullafacenza a causa anche della chiusura delle scuole, hanno deciso di uscire ogni sera a creare assembramenti a ogni ora e in ogni luogo: locali, spiagge, parchi, strade, piazze...persino in acqua. Verrebbe da chiedersi se questa ricerca ossessiva del gruppo possa dipendere da un’assenza di valore a livello individuale, che pertanto porta i teenagers di oggi a dover stare sempre in gruppo al fine di valere di più per una semplice somma aritmetica di presenze. Ma, in tutto ciò, il governo cosa ha fatto a riguardo? É stato a guardare. Ha tollerato assembramenti in ogni dove affidandosi al puro e semplice senso civico di persone che, sia per ragioni di età, sia per ragioni di mancata istruzione (dato che è da marzo che le scuole sono chiuse), questo senso civico non l’hanno ancora acquisito. I luoghi più prototipici ove si può assistere ad assembramenti di giovani − le discoteche − sono state chiuse solo dopo Ferragosto, dunque agli sgoccioli della stagione estiva. Praticamente, con il maltempo che si è verificato questa estate a giugno e luglio, si può dire che il meteo abbia fatto saltare più serate in discoteca di quante ne abbia fatte saltare il governo! E il sindacato delle discoteche − SILB-Fipe − invece di ringraziare la divina provvidenza per aver potuto fare serate per quasi tutta l’estate, ha preso questa chiusura forzata di meno di un mese come un accanimento nei confronti di una corporazione, sfociando nel solito vittimismo di facciata. Ma forse hanno anche ragione i gestori delle discoteche a sostenere che il governo non le conosce bene: infatti il governo delle Baleari − che al contrario le conosce benissimo dato che lì risiedono le discoteche più famose al mondo − ha proprio deciso che le discoteche non dovessero aprire questa estate, poichè è ragionevolmente impossibile poter pretendere il rispetto di regole da gente che va a fare serata tanto per ubriacarsi, drogarsi e poi mettersi alla guida in questo stato (ovviamente non tutti, ma buona parte sì), ovvero è assurdo poter pensare che persone che già assumono comportamenti così pericolosi per la salute e l’incolumità propria e degli altri possano poi preoccuparsi del coronavirus, che oltretutto è molto meno pericoloso dell’abuso di sostanze psicotrope e di tutte le condotte che ne conseguono. E le discoteche di Ibiza come hanno reagito? Nel modo opposto rispetto alle ben meno note “cugine” italiane: prendendo tale norma come un provvedimento pesante ma necessario, e che pertanto va accettato. Ad esempio l’Ushuaïa, una tra le discoteche più famose al mondo, nel comunicato con cui faceva presente la chiusura per questa stagione, ha sottolineato il fatto che fosse una decisione drastica ma allo stesso tempo necessaria, poichè era l’unica ragionevolmente possibile. In Italia invece cosa è successo? Qualsiasi locale ha potuto organizzare qualsiasi serata possibile e immaginabile, con inevitabile rischio di assembramenti e conseguente impennata di contagi, che ora stanno tornando a superare il migliaio al dì. E le famiglie dove sono? Sanno cosa fanno i loro figli? Ma più che altro, i genitori di oggi magari per evitare di avere sensi di colpa − tendono spesso a giustificare i figli con discorsi del genere “sono ragazzi, è ovvio che si vogliono divertire”, “siamo stati tutti giovani una volta”.... E sicuramente siamo tutti stati giovani una volta, ma le generazioni precedenti non erano così. Almeno erano generazioni che un minimo di responsabilità l’avevano, dei sogni li avevano. Non vivevano nel “qui ed ora” delle storie e degli stati che dopo un giorno svaniscono effimeramente, non vivevano schiavi dei mass media e di sedicenti influencer, non vivevano con l’idea che l’apparenza fosse tutto. Un giovane di un’altra generazione (ad esempio, in linea di massima, vissuto negli anni ’70, così come negli anni ’80, ’90 e ’00) si sarebbe forse pure messo a rischio per poter uscire e partecipare a qualche evento a cui veramente tiene, ad esempio il concerto della sua vita del suo gruppo preferito...ma invece i giovani di oggi per quale motivo escono? Per quale motivo si mettono a rischio? Cosa c’è nell’altro piatto della bilancia? Il nulla, il nulla più assoluto. E non potrebbe essere altrimenti, poichè questa estate ha visto la cancellazione delle performance di quasi tutti gli artisti di fama internazionale che si sarebbero dovuti esibire nelle nostre città (Billie Eilish a Milano, i Red Hot Chili Peppers a Firenze, Kendrick Lamar a Roma, Lana Del Rey a Verona...); ciononostante i grandi eventi sono stati rimpiazzati da uscite balorde i cui fatti di cronaca recente ne sono la prova: giovani che si ubriacano, si drogano, fanno schiamazzi e assembramenti ovunque, causano risse, atti vandalici e via dicendo. In tutto ciò sorge spontanea una domanda: come sarebbe stata questa estate senza coronavirus? Sicuramente meglio, ma sarebbe stata, appunto, la solita estate come tante, con quella solita normalità e la solita spensieratezza di tanto in tanto interrotta da qualche problema, ma di sicuro inferiore rispetto a quello della pandemia. Ma si può pretendere che la normalità duri per sempre e vada avanti così ogni anno? Gli imprevisti rientrano in quella che è la vita e, se si vuole vivere, si devono anche accettare.

lunedì 3 agosto 2020

A GIULIANOVA ARTE E CULTURA IN RISPOSTA AL COVID

ARTICOLO ESTRATTO DA ABRUZZO NEWSABRUZZO WEBABRUZZO LIVEANANKE NEWSEKUOINFORMAZIONE.ITWALL NEWS 24ABRUZZO POPOLARETM NOTIZIETG ROSETO, RADIO AZZURRA, ABRUZZO EVENTSTUTTIGLIEVENTI.ITEXPONOIEVENTINAGENDA.ITARTERAKUNOTIZIE LAMPOVIAGGIATOREWEBVIVERTEMPO.IT, NONCHÈ DAL PORTALE TURISTICO E DAL SITO ISTITUZIONALE DEL COMUNE DI GIULIANOVA.

Giulianova - Appuntamento venerdì 31 alle 21.00 con la musica e la scienza per contrastare le problematiche COVID relate: nell’incantevole e suggestiva cornice di piazza Buozzi nel cuore del quattrocentesco centro storico giuliese si svolgerà infatti “Salute con la Musica”, un convegno medico-psicologico e un concerto live nello stesso evento e nella stessa location. Organizzato dal Rotary Club Teramo Est e con il patrocinio istituzionale del Comune di Giulianova, “Salute con la Musica” è uno degli eventi di maggior spessore culturale che compongono il cartellone di manifestazioni estive “Giulia Eventi estate 2020”. Si tratterà infatti dei risvolti medici e psicologici conseguenti alla diffusione del virus COVID-19 e agli effetti che la pandemia ha avuto sulle nostre vite e sulla routine quotidiana di ognuno di noi. “Durante il convegno” afferma il dottor Eugenio Flajani Galli, psicologo e scrittore giuliese tra i relatori del convegno − “vi sarà anche un interessante excursus sulle conseguenze, inerenti il rapporto con la tecnologia e il digitale, che attraverso la pandemia e il conseguente lockdown hanno interessato una larghissima fascia di popolazione, in particolar modo in età scolare, che rischia ora di sviluppare una vera e propria dipendenza da internet, poichè la riduzione delle varie attività quotidiane praticabili, a cui si è assistito soprattutto durante il lockdown, ha spinto miliardi di persone in tutto il mondo a trovare rifugio nella realtà virtuale e in particolar modo nei social network. Venerdì vedremo dunque quali sono le conseguenze dell’isolamento sociale e come poter acquisire adeguati strumenti teorico-pratici che consentano di poterle contrastare”.

Nella seconda parte della manifestazione verrà poi dato spazio alla musica live e sullo sfondo del duomo di S. Flaviano si esibirà la H Band, gruppo musicale abruzzese composto da professionisti del settore sanitario, nonchè anche musicisti, che si esibiranno fino a tarda serata in un esclusivo concerto dalle sonorità jazz-fusion e soul, sposandosi perfettamente con l’intima e pittoresca cornice di piazza Buozzi. La H Band, capitanata dal dott. Ugo Minuti − cardiochirurgo presidente del Rotary Club Teramo Est, pianista e lead-singer della H Band − include nella formazione anche Roberto Berrettoni (medico anestesista) alla chitarra, Edoardo Puglielli (radiologo interventista) al basso e Patrizio Ciampichetti (operatore socio sanitario) alla batteria, i quali ripercorreranno i brani più famosi dei maggiori gruppi e musicisti jazz-fusion degli ultimi trent’anni, insieme a brani di musica leggera d’autore italiana. La serata, ad ingresso totalmente gratuito in entrambe le parti, sarà condotta da Manuela Cermignani.


IL MITO (E IL PARADOSSO) DEL CORPO PERFETTO NELLA SOCIETÀ DELL'APPARENZA

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Superficiale, eccessiva, edonista, alienante e perfezionista. Non vi sono aggettivi migliori per poter sintetizzare la società in cui viviamo oggi. Una società in cui l’influenza sociale esercitata dall’alto (dunque in primis dai mass media) la fa da padrona. E che ci spinge a conformarci a un ideale di perfezione largamente incentrato sull’apparenza. Apparire (in senso positivo) vuol dire in primo luogo fornire un’immagine di sè socialmente accettabile. Un’immagine che però è fortemente incentrata sull’esteriorità e la superficialità. Ecco perchè l’aspetto fisico riveste un ruolo fondamentale nel farsi apprezzare esteriormente, ed ecco dunque spiegato il boom di settori economici quali la chirurgia estetica, le palestre, gli integratori alimentari, i centri estetici, eccetera. Questi settori hanno d’altra parte anche alimentato − principalmente attraverso ripetuti e martellanti messaggi pubblicitari − la creazione della necessità psicologica di dover avere un corpo perfetto, praticamente come quello di attori, attrici, modelli e modelle, atleti e quant’altre professioni in cui è richiesta una particolare cura all’aspetto fisico. Ma ovviamente in tali casi si tratta di persone che proprio a causa del mestiere che svolgono necessitano di avere un fisico quanto più possibile “perfetto”, cosa che però la società e i media non comunicano, e invece tendono maggiormente a generalizzare il concetto di “perfezione corporea” facendo dunque intendere che avere un corpo perfetto è un dictat a cui deve sottostare qualsiasi individuo. D’altra parte non è solo la pubblicità veicolante il messaggio diretto che si deve avere un corpo perfetto a comunicare tale cosa, ma anche quella che comunica tale concetto indirettamente, ad esempio tutte quelle pubblicità in cui la bellezza corporea è utilizzata come strumento al fine di sponsorizzare qualche altro prodotto, come quel tale profumo, bagno schiuma, rasoio, crema solare, vestitino e qualsiasi altro oggetto risalti meglio se affiancato a un fisico attraente. Pensiamo ad esempio ai tanti spot che nella stagione estiva riempiono gli schermi dei nostri device e che si soffermano sulle creme solari: una crema di tale tipo deve essere valida di sè e per sè, dunque non c’è differenza se viene spalmata su un corpo “in forma”, piuttosto che su uno “fuori forma”, però ovviamente siccome è più attraente un corpo del primo tipo, allora nella pubblicità le creme solari sono esclusivamente spalmate su tale tipo di fisico. In tal modo, l’influenza mediatica si fa indiretta, poichè sebbene l’obiettivo di quella tale pubblicità sia di far acquistare la tal crema del momento, si ha comunque l’effetto secondario di influenzare il giudizio altrui anche sull’aspetto della fisicità, benchè tale tipo di influenza esuli dagli intenti (economici) dello spot pubblicitario. Ora che siamo in estate e si esibisce di più il proprio corpo sia dal vivo sia attraverso i social, la (falsa) necessità di dover avere un corpo perfetto si fa ancora più pressante, portando con sè delle vere e proprie calamità sociali quali i disturbi alimentari e il giudicare il prossimo più per il suo corpo che per la sua mente. Ma i problemi non finiscono qui: solo per citarne alcuni, ve ne sono in particolar modo alcuni di ordine superiore (dunque che interessano la sfera del ragionamento critico), quali gli errori di giudizio. Tale tipo di errore nasce proprio dal paradosso che la perfezione è una chimera, ma allo stesso tempo la società odierna obbliga a doverla raggiungere. Ciò non può portare ad altro se non al dismorfismo corporeo, una vera e propria psicopatologia consistente nel considerare il proprio corpo diverso da come è veramente e a pretenderlo quindi uguale a un dato modello. Le conseguenze di tale squilibrio si fanno sentire in importanti e plurimi ambiti della vita, quali quello economico (se si va dal chirurgo estetico, se si comprano integratori, eccetera, allora è ovvio che il portafoglio si alleggerisca), fisico (gli interventi chirurgici possono avere conseguenze negative per il proprio corpo, così come gli integratori e l’allenamento eccessivo) e psichico. In particolare, relativamente a quest’ultimo ambito, occorre notare come oggi molta gente soffra di veri e propri stati disforici − ovvero stati emotivi negativi − in risposta alla mancanza di possesso del corpo perfetto così tanto sognato e idealizzato. Tali stati emotivi possono anche evolversi in stati psicopatologici gravi quali la depressione (si è giù di morale poichè non si possiede il fisico sperato), l’ansia (si è ansiosi di volerlo acquisire il prima possibile, oppure di raggiungere il prima possibile i risultati connessi al suo possesso, quali l’avere più follower e like sui social, più offerte di lavoro, più approvazione sociale, più match su tinder...), la fobia sociale (si evita il contatto sociale per non sentirsi inadeguati: ad esempio si potrebbe scegliere di non andare al mare proprio al fine di evitare di mostrare un corpo ritenuto non all’altezza dei canoni di bellezza imposti dalla società), fino ad arrivare ai disturbi alimentari. Comunque sia, alcuni di questi problemi − siano essi economici, fisici, psichici o di altro tipo − sono effettivamente notati da chi ne soffre, e benchè il poterli risolvere (soprattutto da soli e senza un aiuto professionale) sia tutt’altro che facile, già un ottimo punto di partenza è quello di prenderne atto. Ad esempio, io ho provato a fare delle domande del tipo “A quali problemi pensi di poter andare incontro esagerando con la palestra?” a persone a rischio di sviluppare tali patologie, quali ad esempio i body builder − intesi comunque come individui aventi un rapporto anomalo con l’allenamento, ovvero che si allenano praticamente tutti i giorni, che alzano carichi eccessivi, che assumono steroidi anabolizzanti e così via − allora gli stessi mi hanno fatto notare il fatto che la palestra leva tempo ad altre attività importanti (ad esempio uno di loro mi ha confidato di fare body building principalmente per poter piacere di più alle donne e poter dunque “acchiappare” di più, benchè però la palestra stessa gli togliesse moltissimo tempo che invece potrebbe dedicare proprio a conoscere altre ragazze e ad uscire con loro), oppure che la palestra costa (a riguardo, un body builder professionista, che aveva partecipato anche a competizioni nazionali, mi ha detto che con tutti i soldi che aveva speso per il body building ci avrebbe potuto acquistare anche più di un appartamento fronte mare), oppure ancora che è stancante e che l’allenamento può causare anche infortuni...per poi arrivare a considerazioni che non mi sarei aspettato mai di sentire, sebbene allo stesso modo giuste e sensate: ad esempio un body builder ambientalista mi fece notare che siccome le palestre − soprattutto nelle realtà provinciali − sono ubicate piuttosto in periferia (e quelle più centrali sono generalmente piccolissime e poco idonee a un allenamento completo e variato) e non essendo ovviamente le periferie ben servite dai mezzi pubblici, allora ne consegue che sia necessario servirsi dell’auto o della moto per potercisi recare, con relativo inquinamento ambientale causato dall’utilizzo di tali mezzi di trasporto, unito poi al costo economico del carburante; un mio amico, invece, mi raccontò che la sala attrezzi era responsabile di avergli fatto saltare la festa di addio al celibato di un suo amico a Budapest, poichè siccome l’aria condizionata era impostata per tenere i locali a una temperatura non superiore ai 24° − mentre fuori ve ne facevano 32 − allora in pratica prese l’influenza e dovette di conseguenza rinunziare al viaggio; infine un mio paziente mi fece notare che non rinnovò il suo abbonamento − nè tantomeno quello della sua compagna − alla palestra ove prima si recavano poichè la stessa si era paradossalmente trasformata in ciò che io poi notai essere l’occasione che permetteva ai problemi di coppia repressi di emergere allo scoperto: nello specifico, egli aveva sviluppato una gelosia inerente la possibilità che la compagna trovasse gli altri avventori della sala attrezzi più attraenti di lui, mentre lei − allo stesso modo molto gelosa − faceva pesare il fatto che egli ripetutamente guardasse le ragazze in pants o comunque con la tuta ben attillata, e che le guardasse particolarmente bene proprio allorchè le stesse erano impegnate nell’allenamento dei glutei, con l’aggravante che tale sguardo non fosse un normale sguardo di interessamento, ma fosse invece uno sguardo “da maniaco”, che sottendeva pertanto un interesse di tipo fisico di gran lunga maggiore rispetto a quello che egli stesso provava alla sua vista allorchè entrambi erano impegnati nell’attività sessuale di coppia. Insomma, abbiamo visto che gli effetti collaterali dell’allenamento vi sono e che spesso risultano perfino inimmaginabili. Anche perchè, benchè sia chiaro che l’allenamento eccessivo possa essere esiziale per il proprio fisico, non è sempre ben chiaro quali siano i precisi effetti collaterali che ne conseguono: ad esempio una recente ricerca ha dimostrato come lo sviluppo di una massa muscolare eccessiva, conseguente al body building (eccessivo), abbia come spiacevole risultato la diminuzione della quantità di sperma. Ciò è interpretabile alla luce del fatto che l’ipertrofia muscolare interferisce a livello endocrino con il rilascio degli ormoni sessuali (tra cui il testosterone), che sono invece fondamentali ai fini della corretta spermatogenesi. D’altra parte, dal momento che il nostro corpo è lo stesso dei nostri lontani antenati delle caverne, è plausibile che l’organismo − che appunto è abituato alla vita delle caverne e non a quella attuale − interpreti l’elevato sforzo fisico e la conseguente ipertrofia come attività relate o prodromiche ad altre quali il combattimento o la caccia, e pertanto la spermatogenesi venga parzialmente inibita ai fini della maggiore richiesta di costruzione di una massa fisica potenzialmente utile per lo svolgimento delle attività viste poc’anzi. D’altronde per quale motivo ci sarebbe bisogno di spermatozoi in un periodo in cui invece le priorità sono ben altre? Naturalmente l’organismo non concepisce che l’aumento della massa muscolare serve per un fine del tutto diverso, e cioè quello estetico. Ma l’organismo − inteso come sistema mente-corpo − non può essere ignorato a favore di quello che non è altro che l’ennesimo capriccio che la società però ci presenta come necessità. L’organismo a un certo punto non ce la fa più: collassa e solo allora ci chiede il conto. Un conto ben salato. Forse al desiderio vano di avere un corpo perfetto bisognerebbe anteporre la necessità di possedere il ben più semplice, razionale, buon senso.


martedì 23 giugno 2020

L’INFLUENZA DELL’INCONSCIO SULLA SESSUALITÁ UMANA



Chiunque abbia visto Eyes Wide Shut non può aver dimenticato la fatidica sentenza che chiude il film, pronunciata dalla protagonista Nicole Kidman: “Dobbiamo scopare”. Se questa è forse l’unica battuta presente nel testamento cinematografico di Stanley Kubrick, è anche una frase direttamente originata dagli effetti di quel dramma borghese e di quella crisi di coppia che accompagnano Tom Cruise e Nicole Kidman per tutto il film. In quel frangente, è il buon senso a parlare e a far dire alla star di Hollywood quella fatidica affermazione che allo stesso tempo assegna una grande importanza al ruolo della sessualità all’interno di una relazione, ma che allo stesso tempo evidenzia tutti quei limiti conoscitivi che qualsiasi normale coppia ha sull’intimità fisica. E che non ha nessuna colpa a riguardo. D’altra parte chi potrebbe essere responsabile della scarsa conoscenza di ciò che nella nostra società è a tutti gli effetti un tabù? Ma è proprio la sua natura di “tabù” ad aver assegnato alla sessualità un ruolo chiave in determinati settori economici, in particolar modo legati alle “arti” visive. Pensiamo ad esempio ai film erotici di Tinto Brass prima e ai siti pornografici dopo: entrambi sono e sono stati di successo proprio perchè la società alimenta la condizione di tabù nei confronti della sessualità, e dato che ogni cosa avvolta da un’aura di mistero, trasgressione e fuga dalla normalità diviene di fatto più ambita, ne consegue l’enorme successo che l’industria della sessualità ha avuto e ha ai nostri giorni. Di fatto, se la sessualità non fosse un tabù, non fosse dunque sottoposta a censura, non vi sarebbe pressochè alcun interesse a navigare su siti web quali Youporn o Pornhub, che al contrario riescono a ricevere un traffico internet elevatissimo (ad esempio Pornhub è uno tra i dieci siti più visitati in Italia) e a fatturare guadagni da capogiro. Con la diretta conseguenza che se è possibile, tramite il semplice gesto di collegarsi a un qualsiasi sito porno, farsi una conoscenza vastissima di pratiche sessuali, non è però allo stesso modo facile comprendere cosa sia realmente la sessualità e come inserirla correttamente nella realtà della vita di coppia, in contrapposizione a quello che è il mondo favolistico e utopistico visibile nel porno online. In altri termini, se dunque le conoscenze quantitative relative alla sessualità si possono facilmente ottenere semplicemente collegandosi a un sito come Pornhub, non è però allo stesso modo semplice ottenerne di altre di tipo qualitativo su tale argomento. E la coppia ne risente. A cominciare dal cosa “significhi” la sessualità in una relazione, soprattutto se si tratta del primo rapporto sessuale tra due persone che si stanno frequentando. A partire dalla prima volta che due individui impegnati in una reciproca conoscenza decidono di farlo, l’atto sessuale assume un’importanza fondamentale poichè racchiude in sè un palese valore simbolico, consistente nel sancire l’avvio vero e proprio della relazione, che passa così da semplice conoscenza a rapporto di coppia. “L’abbiamo fatto, quindi ora non siamo più amici, ma stiamo insieme”. Questo è il senso che ha il primo rapporto intimo tra due persone, un senso che risponde altresì a precisi principi di matrice evoluzionistica: dato che la finalità biologica dell’atto sessuale è procreativa, e lo sarà per sempre (poichè il nostro inconscio − che è lo stesso di quando abitavamo nelle caverne − è biologicamente strutturato per ritenere che la finalità sia tale e solo tale), la volontà di avviare una relazione con la persona con cui abbiamo consumato l’atto sessuale risponde alla necessità di stare insieme per poter crescere il futuro figlio o i futuri figli. Personalmente mi sono reso conto della veridicità di tale principio evoluzionistico anche in terapia: ad esempio coppie che non avevano figli e che non intendevano averli spesso presentavano disturbi sessuali, prevalentemente riconducibili alla mancanza di desiderio, all’insoddisfazione dell’atto sessuale e alle conseguenze di tali malesseri, che a loro volta causavano altri stati patologici ancora (ad esempio disfunzione erettile in lui, assenza dell’orgasmo e/o della lubrificazione vaginale in lei...). Tutti stati clinici che si scopriva poi essere legati alla visione della sessualità esclusivamente ludica e senza altra finalità. Infatti, se si toglie a una funzione biologica la finalità sua propria, la stessa non può che ritorcersi contro di noi, sia a livello fisico sia a livello psichico. Poniamo il caso dell’alimentazione: è ovvio che la finalità sia quella conservativa dell’organismo, perchè se non ci si nutre si muore; però non è assolutamente detto che si debba mangiare solo per questo motivo, anzi, la gastronomia e le ricette di cucina non esisterebbero se si concepisse l’alimentazione in un modo così basilare ed animalesco! Non potremmo avere tutti quei piatti regionali ed etnici che così tanto amiamo e ricerchiamo, nè tantomeno tutti quegli abbinamenti alimentari che rendono la nostra dieta meno monotona e aiutano a renderla variata. Ma se la finalità dell’alimentazione viene intesa come esclusivamente ludica, allora non potranno che verificarsi seri problemi di salute come l’obesità, l’ipercolesterolemia, i disturbi epatici...e patologie come la bulimia. Ciò avviene qualora questa funzione fisiologica − ovvero l’alimentazione − non viene più intesa come tale, bensì come puro e semplice soddisfacimento di un proprio desiderio (il piacere del palato), e perciò si esagera. Intendiamoci, è normale che si mangi (anche) per piacere, ma se si concepisce solo come una ricerca del piacere, questo piacere rischia di diventare un dispiacere! E questo gioco di parole vale anche per la sessualità: se si fa sesso solo per piacere, senza altra finalità di ordine superiore, a lungo andare diventa dispiacere. Infatti, dal momento che la vera e propria finalità della sessualità è il concepimento, e la finalità ricreativa − benchè molto importante in un rapporto di coppia − passa in secondo piano per il nostro inconscio, ne consegue che spesso le coppie che stanno insieme da tanto tempo e ciononostante non hanno avuto e non vogliono dei figli, vivono il sesso (e molto frequentemente anche la loro unione in generale) come deludente. Ma qual’è la causa di tutto ciò? L’inconscio, quella parte della nostra mente così misteriosa, ma allo stesso tempo così quotidiana, che utilizziamo molto più di quanto pensiamo, dato che regola aspetti comunissimi della vita di ogni giorno quali il manifestarsi delle emozioni, l’attività onirica e anche il sesso. L’erezione, per un uomo, è un’attività inconscia, che in condizioni naturali avviene perchè è l’inconscio a decretare che in quel momento è necessario il coito e dunque che essa si verifichi; la lubrificazione vaginale e l’orgasmo, per una donna, sono pure manifestazioni dell’inconscio, che appunto avvengono a seguito dell’avvento di determinate fantasie nel flusso mentale e/o in risposta a determinati stimoli multi-sensoriali (visivi, olfattivi, uditivi, tattili, gustativi). D’altra parte è noto che le aree cerebrali che regolano l’attività sessuale sono estremamente antiche da un punto di vista filogenetico, cioè sono comparse in epoca antichissima e pertanto − così come per altre aree cerebrali molto antiche quali quelle che regolano il sonno, la fame, la sete e le emozioni − sono di tipo sottocorticale (la corteccia cerebrale ha infatti fatto la sua comparsa molto più tardi da un punto di vista evoluzionistico rispetto alle varie strutture poste al di sotto di essa) e governate dalla mente inconscia. Ed è l’inconscio a comunicare un risentimento nei confronti dell’atto sessuale fine a se stesso (soprattutto se frequentemente ripetuto), senza dunque la possibilità di procreare: in poche parole ci comunica che è inutile continuare ad avere rapporti sessuali con quel partner se poi da questi rapporti non nasce alcunchè. L’inconscio penserà bene che il nostro partner sessuale, con il quale noi coscientemente vogliamo fare sesso solo per divertirci, è probabilmente sterile e dunque non meritevole di tali attenzioni, che dovrebbero invece essere dirette a un’altra persona con cui al contrario è possibile generare una prole. Ovviamente l’inconscio non sa che è possibile avere dei rapporti sessuali con una persona solo per divertirsi e che magari non c’è alcuna intenzione di avere dei figli: questi sono concetti razionali, coscienti, che l’inconscio non capisce. Si potrebbe dire che inconscio e coscienza, irrazionalità e razionalità, parlano due lingue diverse e pertanto tra loro non si capiscono. Ma siccome è l’inconscio che regola l’attività sessuale, se non lo si prende in considerazione si rischiano gravi patologie in tale ambito. A tal proposito, dovremmo però anche lavorare di coscienza e razionalità, e accettare l’idea che l’atto sessuale non dovrebbe essere fine a se stesso, ma racchiudere − oltre alle già citate finalità ludiche − anche altre di tipo procreativo laddove le stesse siano effettivamente e obiettivamente attuabili. Ma torniamo all’esempio dell’alimentazione: abbiamo visto che mangiare solo per gusto può portare a conseguenze spiacevoli...e cosa dire però dell’esatto contrario, cioè quando il gusto diventa disprezzo? Cosa dovremmo dire dell’esagerazione opposta, ovvero quando l’alimentazione viene in tutto e per tutto osteggiata e si crea una particolare condizione patologica nota come anoressia? Anche questo eccesso è da evitare. Allo stesso modo potremmo fare l’esempio delle coppie in cui uno o entrambi i componenti avversano proprio l’attività sessuale o − peggio ancora − la utilizzano come ricatto o merce di scambio. A riguardo, ho sentito molte donne le quali − profondamente convinte del fatto che il loro corpo abbia un valore, che pertanto può essere utilizzato come merce di scambio − utilizzavano la sessualità come ricatto, ad esempio: “Se non ci facciamo quelle due settimane in quel resort di Zanzibar che ti dicevo, quello che ho trovato io su Booking e che come puoi vedere anche su Insta ci vanno a passare le vacanze anche i VIP (perchè io gli hotel li so scegliere), allora lo sai che continuo a essere così irritata, così delusa...e così irritata e così delusa come sto non mi va di farlo”. Ma poi ho notato che molti uomini, che forse hanno imparato dalle donne che un tale tipo di atteggiamento potrebbe tornare a proprio favore, tendono dal canto loro a fare praticamente gli stessi discorsi e dunque gli stessi ricatti, ad esempio: “Che vado o meno tutti i venerdì dagli amici a giocare a poker (che poi non sono tutti i venerdì, perchè l’altro venerdì non ci sono andato perchè il tuo compleanno è dovuto capitare proprio di venerdì), non è cosa che ti riguarda. Gli altri pure hanno la compagna, ma le compagne loro, a differenza tua, l’hanno capito che il venerdì si gioca. E se continui ogni volta a lagnarti di questa cosa non fai altro che stressarmi ulteriormente e mi fai venire il mal di testa...e allora poi non te la prendere se non mi va di farlo”. Ecco, questi due sono dei casi lampanti in cui la sessualità è fatta dipendere da condizioni terze, dalle quali si vuole ottenere un qualche vantaggio. Il concedere il proprio corpo diventa così moneta di scambio al fine di raggiungere un qualche obiettivo diverso dal sesso stesso. Se dunque un partner dice all’altro che lo farà, ma se e solo se vengono soddisfatte delle proprie richieste, allora vuol dire che l’interesse verso la sessualità è pari a zero, poichè la stessa diviene solamente un mero mezzo attraverso cui si cerca di arrivare a qualcos’altro. Anche in tal caso l’inconscio fa la sua parte e il sesso è reso poco o per niente piacevole: per chi si concede al fine di ottenere dei favori di qualche tipo diviene come un obbligo, un dovere, una faccenda da compiere (e quale appagamento si potrebbe ottenere da ciò?); per chi invece lo fa a fronte della promessa o della realizzazione di favori al partner diviene frustrante, meccanico e prosaico, e di conseguenza allo stesso modo poco o per nulla appagante. In conclusione, conviene non farsi prendere dagli eccessi nell’ambito della sessualità: il sesso dev’essere inteso come dinamica di coppia che può sì avere una finalità ludica, ma non dovrebbe essere limitato a ciò; deve inoltre essere distaccato dagli altri aspetti della vita di una coppia (soprattutto se problematici) e deve essere vissuto con assoluta serenità. Dato che l’inconscio non sa cosa sia il dovere, allora è inutile “obbligare” il sesso e le sue polimorfiche manifestazioni. Al contrario, è necessario che ci siano una serenità e una intesa di coppia tali da poterlo fare senza ansie e frustrazioni inutili. Non bisogna mai dimenticare che, in quanto simbolo di unione di una coppia, la sessualità riveste un ruolo chiave in una relazione, e viverla in modo sbagliato (o non viverla affatto) non può che privare la relazione stessa di una sua componente imprescindibile. Di qualità e non di quantità.

martedì 21 aprile 2020

MIGLIORAMENTO PERSONALE: OPPORTUNITÁ O SCOMMESSA?

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA FARE CULTURA, POLITICAMENTE CORRETTOANANKE NEWS.

Il frangente in cui si trova la nostra società porta a inevitabili riflessioni e bilanci nell’esistenza di ognuno di noi, ma allo stesso tempo porta anche più tempo e più voglia di lavorare su noi stessi. Ed ecco che il desiderio di divenire persone migliori fa il suo ingresso nella nostra mente, benchè non tutte le persone vogliano veramente migliorarsi: molte lo desiderano, ma tale desiderio prende più le sembianze di un mero e rilassante esercizio della fantasia, un sognare ad occhi aperti che permette anche solo per pochi minuti un momentaneo distacco dalla rigida, fredda e inevitabile routine quotidiana. Nulla di più. Infatti non basta volere qualcosa, ma serve anche adoperarsi attivamente per riuscire ad ottenerla, altrimenti ciò che si vuole rimarrà sempre e soltanto un sogno irrealizzato. Non che nella vita non si debba sognare, anzi, può anche essere piacevole e terapeutico...ma assolutamente non si deve incorrere nell’errore di fare della propria vita un sogno. La vita, che piaccia o meno, è realtà e come tale va vissuta e affrontata. Nel migliore dei modi possibile. Ecco perchè il miglioramento personale è di fatto uno strumento fondamentale al fine di affrontare tutte le sfide che la vita ci pone dinanzi. In merito a ciò, alcune persone vedono il miglioramento personale come un’opportunità, una grande e importante opportunità; altri più critici la vedono invece come una scommessa verso se stessi, il che implica che si possa vincere o perdere. Ma in realtà il miglioramento personale è entrambe le cose: opportunità − poichè può aiutare veramente a vivere una vita migliore − e anche scommessa, dal momento che non sempre si riesce a ottenere nei termini prefissati, ovvero secondo le proprie aspettative. Ovviamente con l’aiuto di un professionista il miglioramento personale diventa più facile, poichè si ha qualcuno al proprio fianco − come un mister, un allenatore con la propria squadra o il proprio atleta da seguire − che aiuta a stabilire degli obiettivi e a fornire degli strumenti e delle tappe per raggiungerli. Dal momento che nessuno è perfetto e che la perfezione non esiste, è innanzitutto fondamentale doversi porre degli obiettivi realistici, che non siano pertanto delle chimere. Molte persone che si avvicinano al miglioramento personale in modo ingenuo commettono infatti il diffuso errore di prefiggersi obiettivi soggettivamente ritenuti raggiungibili, ma oggettivamente irraggiungibili, che proprio in quanto tali non fanno altro che creare frustrazione in chi cerca di raggiungerli fallendo inevitabilmente. Ad esempio una persona che ha chiesto il mio intervento professionale a seguito del suo divorzio e della conseguente necessità di riorganizzare la sua vita, voleva sì migliorare, ma si prefiggeva obiettivi del tutto inidonei per le sue possibilità: in particolar modo nel giro di qualche mese voleva recuperare la forma fisica, riordinare e riorganizzare la casa (cosa peraltro molto ardua anche in quanto si trovava sempre fuori per lavoro) e pure cambiare vettura. Abbiamo dovuto innanzitutto lavorare sul ridimensionamento degli obiettivi: ok quindi alla forma fisica, ma senza esagerare (evitare un accanimento con la palestra e l’attività motoria, no a diete iperproteiche e ad integratori farmaceutici...) e anteponendo l’obiettivo del dimagrimento a quello dell’acquisizione e del mantenimento della massa muscolare; la casa poteva sì essere riordinata, ma dando priorità alle stanze più importanti e maggiormente utilizzate, lasciando per ultime quelle accessorie e meno utilizzate; il cambio dell’auto, infine, poteva essere del tutto eliminato dal momento che in realtà non c’era una reale necessità di cambiarla, ma si trattava più che altro una consolazione post-divorzio. Alla fine riuscì veramente a raggiungere questi obiettivi − realistici − e si rese anche conto che a 43 anni era inutile doversi dedicare al fitness in modo pervasivo, così come non c’era necessità alcuna di ricomprare l’auto. Vi era invece la necessità di passare più tempo con i figli e con gli amici, entrambe cose che all’inizio non aveva per nulla considerato, ma che infine capì fossero molto più salienti rispetto ad altre a cui inizialmente diede priorità. Di conseguenza, a fine terapia aveva raggiunto degli invidiabili obiettivi di miglioramento personale per quella che era la sua esistenza, avendo però prima dovuto gradualmente mettere in discussione − e conseguentemente rimuovere − quelle sue aspettative erronee inerenti il suo futuro che si era dapprima posto e che, non riuscendo ad ottenere, non facevano altro che essere fonte di stress, di scoraggiamento e di commiserazione senza fine.
Un errore ancora più grave del porsi obiettivi irrealistici e/o inutili è però quello di non porseli proprio, ovvero di rinunziare in toto al miglioramento personale. Infatti la rinuncia equivale a un fallimento certo e totale, e magari è pure peggio poichè da quest’ultimo si può apprendere qualcosa, che invece non si apprenderebbe se si rinunciasse anche solo a provarci. A riguardo, è esemplare ciò che accade con gli esami universitari: c’è chi li tenta e ha dunque la possibilità di superarli e chi non si presenta proprio e non ha nessuna probabilità di riuscita. Ovviamente chi si presenta a sostenere l’esame può essere più o meno preparato, ma anche chi è (molto) poco preparato ha qualche piccola possibilità di riuscita: magari l’esame è facile, capitano domande su argomenti che si conoscono bene, il professore è di buon umore, si riesce anche a copiare...chissà. In ogni caso, anche se non si dovesse passare l’esame si imparerebbe qualcosa in più per la prossima volta (le domande, le difficoltà incontrate dagli altri studenti, eccetera). Pertanto appare obiettivamente un comportamento erroneo quello della rinuncia e del non agire, che non porterebbe a nulla e nulla ci farebbe ottenere.
La vita può offrirci tante cose, e migliorare noi stessi vuol dire essere in grado di ottenerle. É questa un’opportunità lunga un’esistenza (perchè non è mai troppo presto, nè troppo tardi per migliorarsi), ma anche una scommessa con noi stessi. La scommessa più importante che potremmo mai fare nella nostra vita. Usando una metafora, la vita è un mosaico formato da tanti tasselli, alcuni più grandi, altri più piccoli, che nel passato abbiamo posto e nel presente aggiungiamo per costruire il nostro futuro. Dunque, se non facciamo, se non poniamo i tasselli che andranno a comporre il mosaico della nostra vita, questa vita non la vivremo mai. Ovviamente, però, è fondamentale che questi tasselli che si andranno a porre siano quelli giusti; di conseguenza l’impegno auspicabile in ognuno di noi è quello di migliorarsi ogni giorno, sempre di più, con un grande e nobile obiettivo:

Fare della propria vita un autentico e personale capolavoro

Giovanni Paolo II


sabato 21 marzo 2020

DALL’ISTINTO AL PORNO: ECCO LE CAUSE PIÚ RECONDITE DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA POLITICAMENTE CORRETTOANANKE NEWS, FARE CULTURA E NOI DONNE.


Al giorno d’oggi sentiamo spesso un gran parlare di violenza sulla donna, un dato che non stupisce tanto se pensiamo che quotidianamente emergono news di cronaca nera narranti le tristi storie di donne di qualsiasi etnia e ceto sociale le quali rimangono loro malgrado vittime di episodi di violenza di vario genere ed entità. E forse se ne parla così tanto proprio perchè è un fenomeno che solo recentemente da un punto di vista storico è emerso agli occhi e alle orecchie della società occidentale. Dopotutto fino a pochi decenni fa, con il regnare del concetto di famiglia e società patriarcale, non si dava gran peso al fatto di alzare le mani verso chi era posto sui gradini inferiori della scala sociale, ovvero donne e bambini. Le molteplici e fantasiose iniziative poste in essere dalla società civile al fine di condannare questa violenza e mostrare solidarietà nei confronti delle vittime di tale fenomeno (mostre, premi letterari, cortei, affissioni varie, apposita personalizzazione dell’immagine del profilo di Facebook, tam tam sui social, realizzazione di opere e manufatti simbolici...) possono essere utili al fine di sensibilizzare la cittadinanza su tale problematica sociale, ma prescindono da qualsiasi possibilità pratica di indurre la cessazione del fenomeno stesso. Esemplificando, parrebbe assurdo immaginare che un uomo il quale è avvezzo a picchiare la sua compagna un bel giorno smetta di farlo solo perchè vedendo un po’ di foto e post su Facebook contornati dall’hashtag “NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” oppure assistendo alla condanna di tal cosa da parte di qualche associazione, opinionista o politico vario, si convinca che ciò sia effettivamente un atto riprovevole e pertanto smetta di porlo in essere. Se fosse così semplice far cambiare atteggiamenti alle persone allora basterebbero le etichette del tipo “Il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette per farle smettere di fumare e l’avvertenza “Il gioco può creare dipendenza patologica” al fine di evitare la dipendenza psicologica dal gioco. Purtroppo non è così, perchè fortunatamente la mente umana è troppo complessa per poter funzionare in maniera così semplice e meccanica. E soprattutto, nella mente coesistono emozioni e razionalità: le prime portano a condotte molto spesso istintive, la seconda ad altre che sovente sono oggetto di attenta pianificazione e valutazione. Quando l’uomo alza le mani sulla donna non lo fa quasi mai con razionalità − e ciò è confermato anche dalle numerose sentenze che specificano che gli atti violenti nei confronti della donna non erano premeditati − ma con istintività e rabbia, dunque facendosi guidare dall’emotività. Quando qualche donna mi dice che il suo uomo non manifesta mai delle emozioni con lei, la tiro su di morale rispondendole che dovrebbe considerare anche il rovescio della medaglia: se lui manifestasse delle emozioni, ma negative, non sarebbe di gran lunga peggio? La violenza sulle donne è dunque un comportamento istintivo posto in atto a seguito del manifestarsi dell’emotività di un uomo, in particolar modo riconducibile alla sfera della rabbia, del rancore, un’emozione che − come tutte le altre emozioni − è prodotta dal sistema limbico, una parte molto primitiva del nostro sistema nervoso, che ha fatto la sua comparsa di gran lunga prima del lobo prefrontale, ovvero la parte del cervello più deputata al ragionamento critico e alla razionalità. Usare la violenza vuol dire dare sfogo ai nostri istinti primordiali, veicolati principalmente da paura e rabbia, che d’altra parte si sono rivelati adattivi da un punto di vista evoluzionistico in quanto ci hanno permesso di sopravvivere in millenni di storia evolutiva. Ovviamente in una società civile bisognerebbe dare spazio più che altro alla razionalità, ma la mente è spesso legata a componenti più primordiali quali le emozioni...e sta a noi scegliere quale delle due strade seguire: quella della razionalità o quella dell’istinto. E molti uomini scelgono proprio quest’ultima.
Ora viene lecito chiedersi come mai in una società civile come quella odierna può mai accadere che le emozioni prendano il sopravvento, come mai la civiltà non sia in grado di elevare un uomo dalla sua condizione di fiera selvaggia, quale è stata non per sua volontà sin dalla notte dei tempi. Per quanto sarebbe idilliaco pensare che un giorno la civiltà ci renda esseri perfettamente razionali ed equilibrati, tutti cittadini e genitori modello, c’è da constatare che però molto spesso è la civiltà stessa a (ri)condurre un individuo alla sua natura bestiale, inducendolo a dare sfogo totale alle sue pulsioni e al soddisfacimento dei piaceri più venali. Questo è quanto fa ogni giorno − o forse meglio “ogni notte” − l’industria pornografica, i cui profitti si basano proprio sullo sfruttamento dell’indole bestiale celata in qualsiasi uomo. La pornografia permette di poter soddisfare i desideri e le pulsioni più recondite dell’animo umano, qualunque esse siano, alimentando − se utilizzata in eccesso − deliri di onnipotenza, derealizzazione, dipendenza psicologica e molte altre psicopatologie. Ma la pornografia − soprattutto se di tipo violento, dunque sadomaso o hardcore o comunque se basata su taluni atti sessuali implicanti violenza e/o umiliazione − può anche giocare un ruolo chiave nel determinare la liceità, per un uomo che ne fa uso ingente, della violenza sulla donna: infatti c’è uno stretto legame tra la violenza fisica di tipo sessuale e quella fisica di tipo offensivo, e purtroppo tale distinzione non si fa quasi mai, tanto si sente distinguere la violenza solamente in fisica e non verbale/psicologica. Ma la violenza fisica, riguardo alle donne, è anche di diversi tipi, a seconda del contesto: può essere infatti messa in atto per punire una donna o invece solo per provare dell’appagamento sessuale. In tantissime pratiche sessuali oggetto di video pornografici e facilmente reperibili in rete, la donna è molto spesso raffigurata come mero corpo-oggetto, tant’è che potrebbe sembrare quasi una sorta di bambola gonfiabile giusto un tantino più evoluta e dinamica della sua equivalente di gomma, è tipicamente passiva − ragion per cui è l’uomo che decide cosa fare e lei accetta ed esegue senza battere ciglio − e pertanto si fa mettere le mani addosso (e ovviamente non solo quelle) subendo qualsiasi tipo di pratica e manipolazione possibile e immaginabile. Ora, se un uomo che fa largo uso di pornografia, che spende tutto nel night club e se ha ancora qualcosa da spendere lo utilizza per andare con qualche escort che facilmente si può trovare online (o che tali cose le ha fatte in passato, ma comunque sempre in maniera tangibile e sistematica) arriva a considerare lecito poter fare ciò che vuole del corpo di una donna, almeno in ambito sessuale, potrebbe anche arrivare a pensare che se è lecito fare tutto ciò, allora ragionevolmente lo è anche farlo per altre ragioni, come quella di voler punire una donna. Il passaggio tra la violenza sessuale e quella offensiva può essere pertanto molto, ma molto breve, e qualsiasi donna − sebbene consenziente − la quale a vario titolo (ottenimento di soldi o di favori, voglia di imitare le pornostar del web, desiderio di vendicarsi dell’ex sperimentando cose molto più spinte con il nuovo partner...) si presti a subire “violenza” sessuale, ovvero a pratiche sessuali che ne fanno uso, dovrebbe essere conscia che così facendo potrebbe essere lei stessa a favorire l’insorgere della violenza su una sua pari. D’altronde si sa che la violenza genera violenza, ma è il caso di specificare che la violenza − di qualunque tipo sia − genera violenza.