giovedì 7 ottobre 2021

PSICOLOGIA DELLE CRIPTOVALUTE: IL VALORE DI BITCOIN & CO É SOLO PSICOLOGICO?

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS E POLITICAMENTE CORRETTO.

Se Elettra Lamborghini twerka in un video come quello di Pem Pem, divenuto poi virale, lancia la moda di un ballo. Se un eccentrico miliardario quale Elon Musk si fa testimonial di una criptovaluta come il bitcoin, lancia la moda di un investimento. Un investimento che sicuramente avrebbe largamente ricompensato chi 10 anni fa ha acquistato anche solo una manciata di bitcoin. Ma le criptovalute non sono dei BOT a 10 anni, ed è estremamente difficile ipotizzare che ci sia tanta gente pronta a detenere un investimento estremamente volatile per così tanto tempo. Le criptovalute, a differenza di investimenti più tradizionali, oltre a essere estremamente volatili, sono circondate quasi da un’aura mistica, per cui non è raro trovare persone le quali sono profondamente convinte che i loro bitcoin ogni giorno possano aumentare di valore, ed ecco spiegato il perchè sono pronte a tenerli praticamente all’infinito. Ecco, ma sono convinte, cioè trattasi praticamente di una mera opinione personale, poichè a livello scientifico è praticamente impossibile stimare il valore delle criptovalute anche solo tra pochi mesi, proprio per la loro elevatissima volatilità. Possiamo dunque constatare che il valore di una criptovaluta sia formale, psicologico, legato insomma a quanto un certo gruppo di persone − ad esempio i “bitcoiners” − gli diano importanza. Senza tale valore psicologico, il bitcoin non varrebbe assolutamente nulla. Non si tratta di una materia prima, con un dato valore intrinseco, potenziale, dato dal suo successivo impiego, nè di un’azienda con utili e relativo patrimonio aziendale…insomma si tratta soltanto di un valore simbolico, che sussiste fino a quando ci sarà un sufficiente numero di persone − legate dalla moda di investire in criptovalute − le quali intendono darglielo. Si potrebbe ribattere che anche le valute fiat, cioè quelle tradizionali, abbiano solamente un valore simbolico, poichè, ad esempio, una banconota da 50 € di per sè è solamente un pezzo di carta, non ha dunque un valore pari a quello che ci si potrebbe acquistare spendendola, ma questo suo valore e questa sua spendibilità sono comunque sanciti dalla legge. Anche l’ex presidente della BCE Mario Draghi ha commentato che dietro a una valuta fiat c’è uno stato, c’è una banca centrale, mentre dietro alle criptovalute non c’è nulla; l’attuale premier italiano ha inoltre affermato che le criptovalute sono un asset (cioè un investimento) altamente rischioso e pertanto gli investitori che perdono anche grandi ricchezze poichè le hanno investite in criptovalute non andrebbero indennizzati. Nonostante ci si possano aspettare, tendenzialmente, parole più umane, comprensive e caritatevoli da un uomo rimasto orfano in giovane età e allevato dai gesuiti (il paragone con un’altra personalità cresciuta dai gesuiti, San Gabriele dell’Addolorata, è a dir poco impietoso), fatto sta che le criptovalute sono viste molto male dalle banche centrali e, più in generale, dai capi di stato, proprio perchè potrebbero far perdere il valore alle valute fiat. Certo, ci sono pure delle eccezioni, che confermano però la regola, come il caso isolato del piccolissimo stato di El Salvador, che per attirare investitori internazionali in una realtà ove la stragrande maggioranza degli investitori tradizionali non metterebbe mai piede (considerato anche che questa piccola nazione si basa principalmente su una economia di sussistenza e il Pil pro capite è estremamente basso) ha pensato bene di rendere il bitcoin la moneta ufficiale. Ma cosa dire invece dell’economia più potente al mondo, che ha praticamente superato anche quella degli USA, ovvero la Cina? Anche le autorità cinesi hanno accettato di buon grado i bitcoin? Nemmeno per sogno: a maggio hanno addirittura vietato alle banche le attività legate alle criptovalute, di fatto iniziando una vera e propria guerra economica contro di esse. Le conseguenze? Crollo del valore dei bitcoin. Ma il mese di maggio non è stato nero per i bitcoin solo a causa di tale decisione del governo cinese, poichè anche un semplice tweet può far crollare il valore dei bitcoin. E non è il tweet di qualche capo di stato, nè di organizzazioni criminali quali l’ISIS o Anonymous, ma dello stesso paladino della prim’ora dei bitcoin, Elon Musk, il quale un bel giorno si è svegliato, ha constatato che il processo di produzione dei bitcoin − il cosiddetto mining, un’attività che prevede degli appositi calcoli automatizzati da parte di computer di alta gamma, che necessitano di rimanere accesi e connessi alla rete praticamente notte e giorno − è altamente energivora e pertanto dannosa per l’ambiente, e dunque ha dichiarato con un tweet che la sua ditta automobilistica, la Tesla (che prima permetteva di acquistare auto in bitcoin, facendo dunque salire il valore degli stessi) non avrebbe più accettato tale forma di pagamento e che lui stesso si sarebbe concentrato su un altro tipo di criptovaluta più amica dell’ambiente. Stando così le cose, a meno che Elon Musk non sia stato posseduto da Greta Thumberg, il significato della sua mossa è semplice: amplificare o diminuire il valore del bitcoin a seconda del suo tornaconto personale. Questo è l’esempio lampante di quanta psicologia vi sia dietro ai bitcoin: in fin dei conti sono proprio gli atteggiamenti, le mode e le opinioni del momento − amplificati da esternazioni di personaggi e/o società importanti (e che pertanto sono in grado di esercitare un’elevata influenza sociale sui più) − a determinare il valore delle criptovalute. Ed è palese che siano tutti fattori estremamente imprevedibili e ondivaghi. Ecco perchè sono anche estremamente imprevedibili e ondivaghi i valori delle criptovalute. Ciò può portare con sè un elevato rischio, come ha affermato − oltre a Mario Draghi − anche gran parte delle associazioni dei consumatori. D’altra parte le persone che investono in asset tradizionali, come azioni, obbligazioni, fondi comuni ed etf, hanno quantomeno un minimo di tutela data dal fatto che su tale tipo di investimenti la legge prevede che vi sia la vigilanza della Consob e della Banca d’Italia; ma tra l’altro una persona che vuole effettuare un certo tipo di investimento tradizionale deve prima compilare un questionario detto “Mifid”, che praticamente ha lo scopo di chiarire le conoscenze e le competenze in materia finanziaria di un potenziale investitore, nonchè il suo patrimonio mobiliare ed immobiliare e la sua propensione al rischio. Tutte queste informazioni concorrono a stabilire, almeno sulla carta, quali possono essere gli investimenti migliori per una data persona. Tutte queste garanzie non esistono per quanto riguarda i bitcoin. Dopo il fallimento della banca Tercas, gli ex azionisti hanno potuto effettuare delle class action contro la banca stessa, ma invece se si perdono i bitcoin non si può fare causa a nessuno, poichè, come asserito anche da Mario Draghi, “Non c’è nessuno dietro ai bitcoin”. Ma proprio perchè tante banche spesso mal consigliano gli investitori, facendoli dunque perdere in borsa, esistono proprio delle società specializzate nel recuperare soldi persi in tal modo, laddove venga accertato il dolo da parte dell’istituto bancario. Ovviamente ciò non è possibile con le criptovalute, poichè sono un “non investimento”. Ma se si acquistano “a 10” e si vendono “a 20”, ci si guadagna la differenza (in valuta fiat). Non c’è altro modo per guadagnare con le criptovalute se non questo tipo di speculazione. Ma bisogna anche sperare che il valore della criptovaluta salga e che non ci sia nessuna persona in grado di orientarne il valore che un giorno decida di scrivere un bel tweet che la faccia crollare in borsa. E il caso del tweet di Elon Musk è magistrale, proprio nella sua surrealità e allo stesso modo, però, nel suo modo estremamente reale di influenzarne così pesantemente il valore. É un po’ come se un giorno la regina Elisabetta si svegliasse e scrivesse un bel tweet per far crollare il prezzo del tè: “Ora basta con questa storia del tè: noi inglesi ci siamo stufati di un simile clichè! Da oggi il pomeriggio si beve solo spritz! A breve verrà emanato un editto con cui si vieterà la produzione e la commercializzazione del tè su tutto il territorio del Regno Unito”. Poi l’Irlanda del Nord annuncia un referendum per annettersi con il resto dell’Irlanda, gli indipendentisti scozzesi annunciano che è arrivato il momento di fondare lo “Stato di Scozia” e i castelli del Galles vengono riconvertiti in laboratori clandestini di produzione di tè verde. A questo punto, dato che con i bitcoin si può acquistare, nel deep web, qualsiasi tipo di prodotto illegale, dalla droga alle armi, dai documenti falsi ai video pedopornografici, perchè non acquistare anche del buon tè?

martedì 13 aprile 2021

FOMO - LA SINDROME ANSIOSO-DEPRESSIVA LEGATA AI SOCIAL E LE SUE CAUSE PSICHICHE

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Che l’ascesa dei social network fosse inarrestabile e inevitabile è cosa nota già da un decennio, ma ciò che non si poteva sapere anni addietro è che sarebbe avvenuta una pandemia che avrebbe accelerato ancor più tale ascesa. Infatti, in un’epoca il cui motto è #iorestoacasa, appare evidente come i contatti mediati digitalmente dai social network abbiano preso via via il posto dei contatti offline, in nome del mantenimento del distanziamento sociale imposto dai vari DPCM. Che il distanziamento sociale sia cosa buona e giusta durante una pandemia è risaputo, ma un utilizzo così massiccio di internet e dei social network, considerati praticamente come uno dei pochissimi mezzi a disposizione al fine di preservare dei contatti sociali, seppur virtuali, non poteva che portare con sè anche un conseguente incremento di vere e proprie patologie ad essi collegati: si tratta degli IAD, gli Internet Addiction Disorders (cioè disturbi da abuso di internet), sotto la cui etichetta ricade tutta quella serie di patologie causate da un utilizzo eccessivo e disadattivo della rete, dunque errato sia da un punto di vista quantitativo (poichè eccessivo) sia da uno qualitativo (poichè disadattivo). Uno dei più pericolosi IAD è proprio legato ai social network, e si definisce “FOMO” - Fear Of Missing Out, ovvero la paura di essere “tagliati fuori” dai rapporti sociali. Tale paura di esclusione sociale, amplificata dal fatto che come ben sappiamo i social network sono uno dei pochi mezzi che abbiamo a disposizione per avere dei rapporti sociali nello scenario attuale, può portare a delle vere e proprie sintomatologie di ansia e depressione, poichè se non si è (onni)presenti sui social network, non si ricevono abbastanza like, commenti, messaggi, visualizzazioni, condivisioni e via dicendo, allora ci si deprime in quanto si ritiene di non piacere agli altri. Tale ricerca spasmodica del consenso e della visibilità non può che essere causa d’ansia, che a sua volta amplifica questo iperutilizzo dei social network, arrivando dunque a creare un vero e proprio circolo vizioso. Una problematica, questa, che non è più legata − come in passato − soltanto a una determinata fascia d’età (ovvero quella più giovane), ma a tutte le fasce anagrafiche, se pensiamo che, ad esempio, tantissimi over 70 al giorno d’oggi utilizzano attivamente Facebook. Ma nonostante tale patologia potenzialmente potrebbe colpire qualsiasi utente dei social network, a prescindere dall’età, ancora una volta chi ne paga maggiormente le spese sono proprio i più giovani: infatti i social hanno hanno la peculiarità di poter rendere quantificabile la fama, la popolarità e la conseguente influenza sociale di un dato individuo. D’altra parte chi sono al giorno d’oggi i giovani giudicati, dai loro pari, come i più “fighi”? Coloro i quali hanno sui loro profili social più follower, like, visualizzazioni, commenti e via dicendo. E proprio al fine di raggiungere questo obiettivo fin troppi giovani si impegnano in atti, anche molto pericolosi, che non hanno altro scopo se non quello di aumentare la loro popolarità mediatica. Bravate che possono costare anche molto care, fino a pregiudicare l’incolumità fisica e portare ad esiti nefasti. Come nel caso di Antonella, la bambina siciliana di 10 anni resa famosa quest’anno a causa di una sfida su TikTok. Una sfida che si sarebbe poi rivelata letale. Ma tale indice di popolarità è così tanto considerato anche perchè viene utilizzato pure per fini aziendali, con l’obiettivo di mettere “sotto esame” i vari influencer o aspiranti tali: se appunto hanno tanti follower, like e via dicendo, allora hanno più possibilità di poter collaborare con le varie aziende intenzionate a pubblicizzare i loro prodotti sui social network. E come se non bastasse, è recentemente emerso anche il concetto di engagement, ovvero della capacità di un dato utente di intrattenere gli altri utenti mediante i contenuti da lui postati. Questa capacità di intrattenimento si può anche misurare tramite appositi software, la cui maggior parte risulta a pagamento (ma ne esistono anche alcuni gratuiti, come quello messo a disposizione su questo sito), che praticamente mettono in relazione tra loro il numero di follower di un dato utente con il numero medio di like e commenti che ricevono i suoi post. Dunque al giorno d’oggi, oltre al dare per scontato il fatto che per essere qualcuno sui social network è fondamentale avere il maggior numero possibile di follower, like, visualizzazioni, eccetera, sta emergendo perfino quest’ultima necessità, che prevede che un dato utente non solo debba avere tanti follower, ma anche un numero di like e commenti per ogni post proporzionato al numero di follower. Siamo arrivati al livello che ogni persona avente un account social debba comportarsi come una scimmietta ammaestrata impegnata a esibirsi in uno spettacolo, il cui successo dipende dal numero di persone che attira per visionarne l’esibizione e dalla quantità di applausi che dalle stesse riceve. L’engagement rate è però una misura quantitativa, non qualitativa, e dunque può emergere, ad esempio, che una foto della Cappella Sistina sia inferiore rispetto a quella di un bel sedere femminile in primo piano dal momento che la prima riceve meno like della seconda. Insomma, è chiaro che assolutamente il numero di like non può essere considerato come garanzia di qualità di un determinato contenuto, e a maggior ragione ho voluto approfondire tale argomento mettendo a confronto su Instagram l’engagement rate di deputati e senatori, da un lato, e di semplici ragazze carine, dall’altro, con un numero di follower simile tra loro: ne è emerso che i politici, nonostante presentino quasi sempre profili social molto ben curati (anche perchè amministrati dettagliatamente da social media manager lautamente retribuiti), hanno fotografie e video vertenti prevalentemente su votazioni alla Camera o al Senato, visite istituzionali e incontri con altri politici, sindacati, elettori effettivi o potenziali, eccetera, con un numero di like generalmente ben inferiore a quello delle ragazze che pubblicano foto in stile “copertina di Playboy”. Da notare che si tratta di semplici ragazze qualsiasi, non modelle di professione o influencer famose; se facessimo il confronto “deputati e senatori vs. modelle e influencer” ovviamente i politici ne uscirebbero allo stesso modo sconfitti (ma anche peggio di prima), avendo in media un numero di like e follower enormemente inferiore rispetto a loro. Ma allora come si fa a capire se un dato contenuto social possa essere di qualità o meno? Facendo l’esempio di Instagram, da un punto di vista strettamente tecnico è possibile capire se una data fotografia è “presentabile” o meno semplicemente perchè è il social network stesso che se ne accorge, tramite un algoritmo che automaticamente decreta se certe foto sono di alta o bassa qualità. Per poterlo capire bisogna avere un account aziendale (ma qualsiasi normale account di Instagram può essere convertito gratuitamente in aziendale tramite dei semplici passaggi nella sezione “impostazioni”): infatti Instagram, dando per scontato che un’azienda voglia farsi pubblicità sui social, dà la possibilità a tali account di “promuovere” − ovvero sponsorizzare, mettere in pubblicità − un dato post. Supponiamo che un dato ristorante voglia farsi pubblicità su Instagram sponsorizzando una foto di una specialità culinaria del locale: tale post, dal momento che una volta sponsorizzato godrà di una visibilità maggiore, dovrà dunque essere di qualità, almeno dal punto di vista strettamente grafico, per cui Instagram rende impossibile la promozione di foto aventi una scarsa qualità dell’immagine, e anche se cliccassimo sul relativo tasto promuovi, non sarebbe possibile promuovere alcunchè. Effettivamente in tal caso tale tasto apparirebbe sbiadito e, una volta premuto, comparirebbe una scritta che, appunto, informa che non è possibile promuovere il post in questione in quanto di bassa qualità (solitamente perchè di bassa risoluzione). Quindi, se è possibile promuovere una data fotografia vuol dire che la stessa supera gli standard minimi di qualità imposti dal social network e, in ogni caso, se volessimo ancora migliorarne la qualità grafica si potrebbe pur sempre utilizzare un software come Photoshop o anche il programma di photo-editing stesso di Instagram, disponibile ogniqualvolta vengono caricati contenuti sul social. Una volta caricata una bella fotografia, è necessario anche impostare dei buoni hashtag per renderla rintracciabile da altri utenti a cui può essere d’interesse. A tal proposito è necessario utilizzare gli hashtag più pertinenti per la fotografia in questione, evitando laddove possibile quelli esageratamente di nicchia (ad esempio quelli utilizzati meno di mille volte) o quelli esageratamente popolari (ad esempio quelli utilizzati milioni di volte), al fine di concedere un’adeguata esposizione al post. Se la foto è ben fatta, simpatica, originale, interessante e via dicendo, sicuramente qualcuno metterà il like. E qui non conta la quantità. Ma la qualità. Facciamo l’esempio di aver postato la fotografia di un gatto: se riceve like da profili di utenti ai quali è palese che piacciano i gatti (ad esempio persone con gatti in ogni foto, profili di veri e propri gatti o community di amanti di gatti), vuol dire che il post è di qualità. Di fatto, se ad utenti che vedono decine, se non centinaia, di foto di gatti tutti i giorni piace tale post, vuol dire che è di qualità in quanto giudicato tale proprio da “esperti del settore”. Ovviamente un amante di soli cani o una persona a cui non piacciono proprio gli animali non metterebbe mai un like a una fotografia di un gatto...e non per questo ci si dovrebbe preoccupare. E se poi chi mette il like non sono “semplici esperti in materia”, ma “grandi esperti in materia”, tanto meglio. Ora facciamo l’esempio di una ragazza la quale si diletta a tempo perso con nuove creazioni in cucina e che pertanto posta le sue ricette su Instagram: se si tratta di una ricetta gustosa, interessante e originale, allora potrebbe prendere like da altri cuochi − professionisti o dilettanti che siano − e perfino da qualche chef stellato. E un like assegnato da un grande chef ovviamente varrebbe molto di più di un like dato, ad esempio, da uomo qualsiasi il quale non ha nemmeno guardato bene il piatto proposto, ma si è limitato a mettere il like tanto per ingraziarsi questa ragazza e attirare su di sè la sua attenzione. E potrebbe trattarsi anche della frittura di pesce migliore del mondo, ma ovviamente nessun vegano, nessun animalista metterebbe mai il like a una foto del genere. Dunque i social network, se ben analizzati, ci insegnano che la qualità è di gran lunga più importante della quantità, e che non è possibile piacere a tutti. In fin dei conti perchè si dovrebbe? L’utilizzo improprio dei social spinge una persona a badare più all’apparenza che all’essenza, a dover piacere a tutti a costo, poi, di non piacere a se stessi. Ed ecco qui che spuntano fuori l’ansia e la depressione della FOMO, una patologia caratteristica dei nostri giorni e della condivisione compulsiva di ogni attimo che compone la nostra esistenza. Centinaia di milioni di persone inseguono la chimera del piacere a tutti e perdono di vista se stessi: perchè infatti mi dovrei preoccupare se un dato contenuto non piace agli altri? L’importante è che piaccia a me. E in secondo luogo ad altre persone che condividono i miei stessi interessi. Non importa quante poichè la quantità non è assolutamente garanzia di qualità e anzi, spesso, come abbiamo potuto constatare, è proprio l’opposto. Insomma, queste ansie “da social” si possono esorcizzare se e solo se si prende coscienza dell’inutilità di volersi esporre non come chi si è veramente, ma come si vuole apparire. É proprio da questo errore che scaturisce il meccanismo malsano della compiacenza. Oltretutto, a conferma del fatto che è impossibile piacere a tutti − e dunque da stupidi il cercare di metterlo in atto esponendosi sui social − si è espressa perfino la Corte di Cassazione: infatti la Suprema Corte ha emesso anche una sentenza in cui si afferma che non è reato augurare la morte ad altre persone. I principi che hanno spinto la Suprema Corte ad arrivare a questa conclusione partono proprio dal presupposto, come si può leggere nella relativa sentenza, che nella vita non si può piacere a chiunque e che dunque l’odio e il disprezzo siano fenomeni normalissimi − sebbene ovviamente non piacevoli − che possono anche portare, nella fattispecie, a condotte quali l’augurare a una persona a noi non simpatica la sua celere dipartita. E se ce lo fa notare anche la giurisprudenza, vuol dire che il desiderio di piacere a tutti non è di certo un obbligo di legge. Perchè dovremmo tentare di raggiungerlo, mettendo anche a repentaglio la nostra salute?

 

lunedì 21 dicembre 2020

VITA E MORTE, PAURA E SPERANZA IN VENT'ANNI DI RICERCHE SU GOOGLE

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Gli anni passano, e anche internet inizia ad avere la sua età, con tutto ciò che ne consegue. Al giorno d’oggi, la pandemia non ha fatto altro che amplificare e accelerare l’irreversibile processo di affermazione sempre più cospicua delle attività online nelle nostre vite, tant’è che la rete stessa è diventata oramai un mezzo di comunicazione di massa, accessibile praticamente a chiunque, e da ciò consegue che internet rappresenta lo strumento più idoneo per studiare la società e gli individui che la compongono. Ma internet è composto da milioni e milioni di siti, che ovviamente non si possono studiare uno ad uno; al contrario è più logico e produttivo analizzare i siti più utilizzati al mondo e, perchè no, proprio il più utilizzato di tutti, Google. Non a caso è stato anche ribattezzato “Big G”, proprio a causa del suo primato di essere al contempo il sito e il motore di ricerca più famoso e più utilizzato al mondo, ragion per cui sarebbe molto interessante effettuare un’analisi psicologica dei termini maggiormente cercati nel presente millennio, a livello globale, tramite Google. Un’analisi, questa, che ci permette di capire a fondo la società in cui viviamo e che è resa materialmente possibile grazie al tool di Google denominato “Google Trends”. Si tratta di uno strumento molto semplice da utilizzare: basta selezionare un dato anno dal 2001 ad oggi ed ecco che compaiono i termini maggiormente ricercati, suddivisi anche per categorie. In questo modo possiamo notare come Google diventi metaforicamente uno specchio attraverso cui possiamo vedere noi stessi, mentre siamo impegnati a cercare i nostri più disparati pensieri − alcuni consapevoli, altri di meno − scrivendoli su un motore di ricerca. Google ha infatti una funzione informativa, ed è proprio per tale ragione che si utilizza: si cerca di approfondire determinati pensieri ed argomenti, di trovare delle spiegazioni ad essi, di avere delle rassicurazioni e così via. Ma a quali tematiche sono riconducibili i principali pensieri che attanagliano l’uomo del nuovo millennio? A concetti molto elementari, e per tale ragione fondamentali, per ogni individuo: vita e morte, paura e speranza. L’uomo del nuovo millennio, a conti fatti, non è poi tanto dissimile da quello delle caverne. E non lo è nemmeno dagli altri animali. In termini darwiniani si potrebbe persino affermare che l’uomo non si discosta tanto dalle specie più elementari di animali, mosse fondamentalmente dall’istinto di sopravvivenza o conservazione: per tale ragione cercano di combattere la morte tramite l’arma della paura, inseguendo così la speranza di rimanere in vita. Ai tempi delle teorie di Charles Darwin non esistevano nè internet, nè l’uomo del nuovo millennio, eppure quest’ultimo è così maledettamente simile a quello delle ere precedenti. Lo conferma Google. Non è un caso se nel presente anno il termine più cercato su Google è stato COVID. La pandemia è infatti un evento concettualmente e fenomenologicamente altamente correlato alla morte, e dunque alla paura, per cui non è un caso se è stato così largamente cercato. Ma non è nemmeno un caso se negli altri anni − pur non essendosi verificati eventi esiziali ai livelli di una pandemia − tra i termini più ricercati troviamo catastrofi naturali di larga portata come uragani, terremoti ed eruzioni vulcaniche. Eventi, tra l’altro, molto facili da assimilare per la psiche e dunque ben comprensibili anche a fasce di popolazione in età scolare o prescolare. Altri eventi legati a morte e paura sono stati quelli di origine artificiale (benchè anche i disastri naturali potrebbero avere quantomeno una concausa artificiale dal momento che possono benissimo dipendere dai cambiamenti climatici causati dall’azione antropica), quali guerre e attentati terroristici: non è un caso, ad esempio, se nel 2014 e nel 2015 uno dei termini in assoluto più cercati è stato ISIS. In casi come questi il fenomeno che porta con sè la morte − e di conseguenza la paura, ovvero la risposta che mette in atto la nostra mente per poterla combattere − è stato ampiamente cercato e studiato proprio al fine di conoscerlo meglio e dunque evitarlo e/o combatterlo. Ma la nostra mente, di fronte a un fenomeno altamente carico di emotività quale è la morte, molto spesso non funziona in termini statistici e oggettivi, bensì soggettivi ed emotivi. Infatti, molte volte si tende a sovrastimare i casi di morte spettacolare, strana, misteriosa, irrisolta e/o romanzesca rispetto a quelli in cui il decesso avviene in modi normali, scontati e ben spiegabili: a questo punto la mente tende a dare praticamente la stessa importanza sia alle morti del primo tipo, sia a quelle del secondo. Non è un caso se il celebre documentario − in Italia trasmesso su Sky − Mille modi per morire ha avuto così tanto successo: semplicemente ricostruisce le morti più strane, realmente avvenute, al fine di suscitare interesse nei confronti del telespettatore. Ed è stata appunto la paura della morte, a prescindere dal modo in cui la stessa è avvenuta, ad aver fatto cercare su Google illustri nomi dello sport e dello spettacolo...soprattutto quando sono morti! E sono stati cercati ancor più se la loro dipartita è stata, come abbiamo visto prima, di carattere misterioso, irrisolto e romanzesco. Non a caso, Diego Armando Maradona è stato uno degli individui in assoluto più cercati su Google quest’anno, così come lo è stato Michael Jackson nel 2009, Amy Winehouse nel 2011, Avicii nel 2018, Chris Benoit nel 2007. Tutte persone accomunate da morti legate a circostanze misteriose, inclusi suicidi apparentemente inspiegabili (Avicii e il wrestler Chris Benoit), che hanno dato origine anche a teorie complottistiche e a miti e leggende metropolitane (ad esempio la tesi secondo cui Michael Jackson sia ancora vivo). E anche qui si può constatare come, a distanza di millenni, l’uome sempre è lo stesso: un Ulisse il quale, mosso dal suo innato desiderio di conoscenza, si spinge oltre le colonne d’Ercole. 

Ed effettivamente, è da riconoscere che una cosa che proprio non sopporta la nostra mente è l’incertezza. Quando è presente, si cerca in tutti i modi di esorcizzarla. Tramite la conoscenza. Una meta che si desidera raggiungere attraverso quello che è il mezzo più immediato, semplice da utilizzare e alla portata di (quasi) tutti: Google. Il detective dentro ognuno di noi si cimenta così con lo scoprire le cause delle morti di personaggi celebri, al fine di razionalizzare una delle cose che più temiamo: la morte. Un argomento di rilevanza particolare nella vita di ognuno di noi, che quindi vogliamo approfondire e conoscere al meglio. Non è un caso che tutte quelle morti legate a circostanze misteriose o anche tutte quelle perdite − in senso lato − legate a persone scomparse siano le più difficili da elaborare e digerire: sono infatti i lutti a cui non è possibile aggiungere la parola “fine”, quelli ove la conoscenza esibisce i suoi limiti. E laddove la conoscenza si ferma, spesso prosegue la fantasia, come nel caso sopracitato della leggenda metropolitana secondo cui Michael Jackson sia ancora in vita. Da Google Trends possiamo dunque imparare come la morte sia un fenomeno così importante per la nostra mente, tanto che non sono solo le celebrità decedute quelle ad essere più cercate online, ma anche coloro le quali sono vittime di episodi in cui hanno rischiato realmente la vita. Prendendo ad esempio l’anno 2018 − forse quello più importante ed esemplificativo di tutti ai fini dell’analisi psicologica delle keywords cercate su Google − possiamo notare come la seconda donna più cercata al mondo sia stata Demi Lovato, che proprio quell’anno ha rischiato perfino più volte di fare la fine di Amy Winehouse, ovvero di perire a causa di overdose; l’uomo invece più cercato su Big G è stato Avicii, il quale è risultato addirittura più ricercato nell’anno della sua morte che negli anni in cui ha avuto un successo planetario! 

E come se non bastasse, va notato che nel 2018 Avicii non ha tenuto nemmeno un dj set, mentre nel periodo di maggior successo (grosso modo da fine 2011 al 2016) faceva così tante date da arrivare a soffrire di patologie psico-fisiche o comunque dipese da tale situazione di eterno stress. Eppure, il mondo intero ha dato più importanza alla sua morte che a qualsiasi altra cosa abbia mai fatto.

La mente umana, però, non può pensare in continuazione a concetti emotivamente negativi come la paura e la morte, e pertanto cerca anche delle valvole di sfogo che possano in un certo qual modo donare serenità e speranza. Anche tal cosa è constatabile consultando Google Trends, poichè le ricerche più effettuato su Google contemplano molte volte temi quali lo sport, la musica, il cinema e il gossip. A tal proposito, prendendo sempre ad esempio il 2018, possiamo constatare come la donna più cercata al mondo in quell’anno, anche più di Demi Lovato, è risultata essere Meghan Markle. E nel 2006, invece, la donna più cercata su Google è stata Paris Hilton. D’altra parte è chiaro che qualsiasi donna, in cuor suo, sognerebbe una storia da favola come quella di Meghan Markle o di Paris Hilton: cosa c’è di più favoloso nella vita se non vivere come una ereditiera multimilionaria o una principessa? Per quanto si possa affermare di essere soddisfatte dalla propria vita, è innegabile che condurre un’esistenza come quella di Meghan Markle o di Paris Hilton sarebbe proprio come vivere in una favola, in un sogno...perchè sognare può realmente donare la speranza e aiutare a combattere lo stress quotidiano e le altre emozioni negative. Un altro dato che conferma che alla gente piace sognare parla italiano: si tratta della Ferrari, termine di ricerca tra i più gettonati in tempi pre-crisi (ad esempio nel 2004 o nel 2003, superando − come volume di ricerca − numerosi e conosciutissimi brand internazionali quali Disney, Sony, Ryanair, Walmart, HP, Dell e BMW). 

Ferrari guidata da Michael Schumacker al GP di S.Marino del 2003

Ora, se una persona cerca su Google un’auto qualsiasi, come una Toyota o una Fiat, lo fa principalmente per informarsi al fine di acquistarla, prenderla in noleggio o anche venderla qualora ne fosse in possesso. Ma quanta gente ha la disponibilità economica per comprare una Ferrari? Di certo non tutti quei milioni di persone che l’hanno cercata su Google. Magari l’avranno cercata pure per seguire il campionato costruttori della Formula 1, ma pure lo sport − al fine di attrarre i tifosi-telespettatori che guardono anche e soprattutto le numerose pubblicità presenti nei vari campionati − fa leva sulla necessità della nostra mente di trovare una valvola di sfogo ai problemi quotidiani e dunque di sognare e svagarsi. Nel caso della Formula 1, ad esempio, una delle cause principali per cui si seguono le gare automobilistiche è proprio perchè disputate con auto sportive dalle grandi performance, con tutto ciò che ne consegue. Insomma, così come una donna può sognare immedesimandosi in una principessa come Meghan Markle o in una ereditiera come Paris Hilton, un uomo può sognare immedesimandosi in un pilota strapagato di Formula 1, al volante di una splendida vettura sportiva e che, qualora dovesse vincere, si troverebbe dinanzi a sè una grande festa con un enorme bagno di folla pronta a idolatrarlo. Supponiamo che invece si trattasse di una gara automobilistica tra city car o, peggio, ape car e con piloti improvvisati: chi perderebbe tempo a guardarla? Di certo non regalerebbe le stesse emozioni della Formula 1, non arriverebbe a soddisfare quel bisogno di evasione a cui la mente ha diritto. Ma, consultando ancora a fondo i dati di Google Trends possiamo avere sì la conferma che la Formula 1 rappresenta uno degli sport più celebri al mondo, ma il primato lo detiene senz’altro il calcio. E le conferme sono molte: i calciatori compaiono praticamente ogni anno nell’elenco delle persone più cercate, ogni 4 anni i mondiali di calcio sono l’evento più cercato di tutti, e così via. Che il calcio sia lo sport più seguito al mondo non stupisce più di tanto, stupisce però che la gente lo anteponga a questioni ben più importanti, come lo sono i cambiamenti climatici: dai dati di Google Trends si apprende infatti che Greta Thumberg è una illustre sconosciuta in confronto a Neymar Jr., il quale risulta essere ben più cercato rispetto all’attivista svedese. D’altra parte si sa che il cambiamento climatico è una questione seria...ma mai tanto quanto il calcio. Questa tendenza a non dare eccessivo risalto al cambiamento climatico − che potenzialmente è molto più pericoloso di una pandemia − può essere spiegata con il fatto che la mente dà molta più rilevanza a minacce percepite come hic et nunc, immediate e immediatamente pericolose, quali quelle che abbiamo visto precedentemente: guerre, attentati, pandemie, catastrofi naturali ben definite (uragani, terremoti, eruzioni vulcaniche...), eccetera. I cambiamenti climatici sono un fenomeno che non ha effetti dannosi nell’immediato, pertanto la nostra mente fa fatica a reputarli come effettivamente pericolosi per l’incolumità personale. Anche su questo c’è molto da riflettere.

Un altro dato che fa riflettere, e che si può constatare dall’analisi approfondita dei dati di Google Trends, è come la società cambia con la continua innovazione tecnologica, sia a livello hardware sia software. Nel primo caso, se analizziamo la categoria di gadget tecnologici (telefoni, tablet, lettori mp3/mp4...) possiamo notare come rigorosamente cambino ogni anno, poichè un device prodotto l’anno prima è già vecchio l’anno dopo, con la conseguenza diretta di perdere subito d’interesse. Nel secondo caso, se consideriamo internet possiamo constatare come tale tecnologia ha cambiato profondamente la società in cui viviamo. Effettivamente l’accesso alla rete e l’utilizzo attivo dei social network ha portato a cambiamenti sociali su vasta scala, anch’essi visibili dall’analisi dei dati di Google Trends. É un po’ come dire che attraverso internet possiamo vedere internet stesso, a distanza di alcuni anni. Non tanti, giusto una decina. Ora, proviamo a lanciarci in un nostalgico viaggio, seppur virtuale (ma al giorno d’oggi cosa non lo è?), indietro nel tempo, fino al 2010: c’erano più soldi e non c’era la pandemia, ancora non iniziava la “primavera araba” e con essa l’ISIS e una lunga serie di guerre, in Italia ancora non si verificava una crisi economica, anzichè sui DPCM il dibattito politico era incentrato sulle donnine allegre che sollazzavano un premier, bastava essere presenti su un unico social per essere social e...si ascoltava Justin Bieber. Dato, quest’ultimo, a prima vista di poco spessore e, onestamente, che mette a dura prova l’umana sopportazione, dal momento che quando si pensa a Justin Bieber affiorano inevitabilmente alla mente i nugoli di ragazzine impazzite e urlanti che inneggiano alla sua persona. Ma, che si voglia o meno, Justin Bieber è destinato (purtroppo?) a rimanere nella storia. Sì, perchè trattasi del primo caso al mondo di popstar di fama mondiale il cui lancio è dipeso da internet, nella fattispecie dallo streaming online, poichè Justin si è affermato come cantante proprio poichè realizzava dei suoi video in cui si esibiva cantando (e suonando la chitarra), che poi caricava su YouTube. E da lì è iniziato il suo successo, confermato dal fatto che nel 2010 è risultato essere la persona più cercata su Google. La ex coppia formata da lui e da Selena Gomez è esemplare a riguardo, poichè vede a confronto due popstar di stile, età, localizzazione geografica e fama in tutto e per tutto molto simili, ma dai background completamente diversi: lui lanciato da YouTube, lei dalla TV (Disney Channel). E andando avanti con gli anni di ricerche su Google possiamo anche constatare che via via le grandi popstar che hanno raggiunto un successo mondiale si sono sempre di più affermate via internet, ovvero caricando loro canzoni online, come nel caso di Ed Sheeran prima e di Billie Eilish dopo, solo per citarne qualcuna. E con le popstar dei nostri giorni torniamo prepotentemente al tempo presente, lasciandoci alle spalle i bei ricordi di 10 anni fa. Che questo sia stato un anno strano, difficile, si può capire anche da Google Trends: a ben vedere, se si confronta il 2020 con gli altri anni, si evince come sia stato praticamente l’anno più dissimile da tutti quanti gli altri. Un’eccezione che conferma la regola? Sì, almeno fino ad ora. Un augurio a tutti voi di buon 2021, sperando che l’anno prossimo su Google si cerchino solo keywords di vita e di speranza






NELLA MENTE DI CHI LE MENTI LE MANIPOLA: CHI SONO I MANIPOLATORI E COME SI RICONOSCONO? - parte 2

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Sia la mia vita personale sia quella professionale mi hanno offerto svariati esempi di “amori sbagliati”. Sbagliati per tante ragioni, ma molto spesso riconducibili alla prepotenza e all’egoismo di almeno uno dei due componenti la coppia. Diretta conseguenza di prepotenza ed egoismo è appunto la personalità manipolatrice, ovvero − come è intuibile − la volontà di una persona di modificare l’altra a proprio piacimento al fine di ottenere dei vantaggi personali. Ma che tipo di persona è un manipolatore? In questo articolo, suddiviso in due parti o puntate (una pubblicata qui, una a questo link), è mio obiettivo passare in rassegna due esempi esemplari di persone manipolatrici, nonchè, cosa molto importante, illustrare quali possono essere i mezzi a disposizione al fine di poter individuare un individuo manipolatore e dunque estrometterlo dalla propria vita. Tali esempi sono il frutto del mio utilizzo di Tinder, così come di altri siti ed app di incontri online, che al giorno d’oggi − in equilibrio instabile tra lockdown e normalità − si rivelano essere molto utili al fine di conoscere altri single, supplendo così all’odierna mancanza di contesti di socializzazione quali serate, feste, festival, tavolate nei ristoranti, consumazioni in piedi al bar...che via via stanno scomparendo in nome del distanziamento sociale. In tal modo, fortunatamente, la rete ci dà la possibilità di essere connessi − non soltanto a internet, ma anche ad altri esseri umani − ponendo così rimedio al distanziamento sociale e alla conseguente alienazione dei rapporti umani che si sta creando nella società di oggi. Chi volesse approfondire tali utilissime potenzialità della rete può anche leggere il mio libro “#Seducisocial - la guida completa a siti e app di incontri”. Dunque, come prima accennato, ho conosciuto queste due donne su Tinder, ove detengo un profilo completo, in cui specifico di essere interessato a conoscere una donna seria, intelligente, con dei valori e di cui potermi innamorare e costruire così qualcosa di serio. Ho conosciuto così molte donne, ma in particolar modo, purtoppo, anche due che si sono rivelate essere delle manipolatrici, entrambe conosciute tra giugno e luglio di quest’anno. La seguente storia si riferisce alla seconda delle due.

VERONICA

28 anni, carnagione chiara, capelli biondi tinti, occhi castani e qualche tatuaggio qua e là tanto per postare qualcosa su Instagram. Di mestiere cosplayer a tempo perso, nonchè beneficiaria di reddito di cittadinanza.

Inizialmente tutto si è svolto in modo molto simile a quanto avvenuto con la donna di cui vi ho scritto nello scorso articolo. Le solite cose scritte in chat, tanto per iniziare a conoscersi. Usciamo una sera, ci troviamo bene e quindi ci baciamo (mi dilungo poco su questa prima parte per poi lasciare più spazio alla seconda, di sicuro più interessante). Nei giorni seguenti continuiamo ovviamente a chattare e a sentirci anche al telefono, con lei che a un certo punto mi confessa che non ce la fa più a trattenersi dal non farlo, dato che già non ha fatto nulla per tutti i mesi del lockdown, ragion per cui avrebbe scelto proprio me come primo uomo a cui concedersi dopo la quarantena (il tutto detto però in toni epici a metà tra La Gerusalemme Liberata e un film di Martin Scorsese). A quel punto le dico che per me non ci sono problemi, ma non ce ne sarebbero nemmeno qualora dovessimo aspettare un altro poco, dunque le faccio presente che si tratta di una decisione che spetta a lei. Quest’ultima mi incalza dicendomi che tra poco saremo arrivati a fine mese e dunque avrebbe volontà di farlo a breve, pena l’infausto arrivo del ciclo con la fine di giugno. E cosa si può controbattere a una donna quando tira fuori l’argomento ciclo?! Lei inoltre mi spiega che dà molta importanza al fatto che il tutto venga fatto bene, e che è imprescindibile farlo in casa, poichè in auto è poco igienico e non è possibile farsi la doccia (altro che quella zozzona di Angela!), per cui chiede di venire a casa mia per poterlo fare. A me sembra più una scusa per curiosare, ma acconsento lo stesso. Quella sera uscimmo prima per un apericena e poi dunque andammo a casa mia. Il giorno dopo mi disse che voleva restare: a quel punto le chiesi se per caso volesse andare al mare, ma lei mi rispose che faceva troppo caldo per andarci, dunque preferiva rimanere a casa poichè “c’è l’aria condizionata”. E qui inizia la fatidica seconda parte della narrazione, con lei che − apparentemente riaddormetatasi − a un certo punto si gira verso di me e comincia un lungo monologo. Riassumendo, mi dice che per lei va bene fare una storia con me, a patto però che io cambiassi alcune cose di me stesso. Ma per “alcune cose” ne intendeva una decina circa, tra cui il fatto che fossi una persona troppo precisa, e che le persone precise sono spesso noiose, che non accetta il fatto che io pianifichi spesso le cose da fare e che organizzi la mia vita, poichè “qualsiasi cosa si organizza va male”, che fossi una persona troppo incline alle regole, che non le piacevano i miei amici (che tra l’altro non aveva nemmeno conosciuto se non limitandosi a visionarne i relativi profili social), che non le piaceva che bevessi (e l’unica volta che mi aveva visto bere è stato quando, a fine cena, ho deciso niente di meno che prendere un mojito alla fragola, noto cocktail dal tasso alcolico ovviamente superiore a centerba, latte di suocera e tintura imperiale messi insieme), nè le mie località di vacanza in quanto, ad esempio, “a Ibiza nelle discoteche ci stanno le sgualdrine da 4 soldi che vanno con tutti quelli che incontrano perchè ubriache e drogate e anche puttane!”. E infine non andava nemmeno bene la musica che ascoltavo (forse perchè suonata anche a Ibiza, dunque in locali ove le sgualdrine da 4 soldi si ubriacano, drogano e vanno con qualsiasi essere vivente capiti a portata di tiro, da dj che prendono pure 300000 € a serata?). Dopo aver lasciato parlare la pubblica accusa, cerco quantomeno di difendermi in giudizio e le faccio notare che potesse essere un tantino assur...ehm, avventato, sentenziare così su cose e persone di cui lei non avesse neanche una esperienza diretta (ad esempio ella non era mai stata ad Ibiza, ma mi disse che era più che certa di ciò che diceva a riguardo dell’isola poichè così raccontatole da un’amica di un’amica durante una festa di addio al nubilato). Aggiungo anche che lei non mi conosce ancora a sufficienza e pertanto sta facendo l’errore di rimproverarmi alcune caratteristiche − tra l’altro solitamente giudicate in modo positivo o neutro, ma che ella considerava invece negativamente − che forse nemmeno avrei ai livelli da lei esposti o che comunque sono viste da un punto di vista distorto ed esagerato. Tutto fiato sprecato: lei non vuole sentire niente. O meglio, sì, qualcosa effettivamente vuole sentire: Uomini e Donne. “Non me ne perdo una puntata! Ora misà che è già cominciato...ma dove sta il telecomando?!?”. A quel punto penso che quantomeno sarà troppo impegnata nella visione di Uomini e Donne per poter andare avanti con i suoi discorsi, ma tale illusuione dura solo per pochi minuti, perchè a breve ricomincerà con un’altra tiritera: “Vedi che lui [il tronista di quella puntata] pure vuole fare l’egoista? Perchè gli uomini sono un po’ tutti egoisti verso le donne e non si rendono conto che le fanno del male”, eccetera, eccetera. Insomma, mi è sembrata così fan di Uomini e Donne al punto da volerlo replicare live con me e lei al cospetto della trasmissione. Ed effettivamente, tra Veronica, Maria De Filippi, Tina Cipollari, tronisti e corteggiatrici varie, in una cacofonia di voci, urli e versi eterogenei, al punto da far riconsiderare i più caotici mercati rionali del Mezzogiorno, mi sono sentito come non mai calato dentro Uomini e Donne. Ritengo dunque che sia il caso di farle capire che il tronista e la corteggiatrice sono quelli in TV, non noi, e dunque che sarebbe evitabile una polemica di questo genere [...]. Per farla breve, lei comincia ad apparirmi quale l’esatto contrario della ragazza “tenera e sognante” come si era descritta in chat, ma per fortuna il tempo da passare insieme sta per volgere al termine: lei mi chiede se per caso volessi rimanere un altro po’ insieme a lei − passando dunque un’altra serata e un’altra notte in sua compagnia − oppure se ci dovessimo vedere un’altra volta. Le rispondo che la seconda ipotesi si configura come la migliore, poichè in tal modo potrò anche riflettere su ciò che mi ha appena detto. “Sì, è vero. Riflettici bene!” mi avverte, e infatti su ciò che mi ha detto ho riflettuto (fin troppo) bene, al punto da non riuscire nemmeno a prendere sonno all’idea che anche questa ragazza fosse una manipolatrice. L’indomani avrò quella che praticamente sarà la conferma: mi scrive in modo molto rigido facendomi presente che la prossima volta che ci saremmo visti avrei già dovuto cambiare qualcosa di me, altrimenti non se ne sarebbe fatto nulla. Per pura deformazione professionale, cerco almeno di farla un po’ ragionare: ad esempio le comunico che lei mi aveva elencato una lunga lista di aspetti della mia vita che io avrei dovuto cambiare...senza però accettare che magari anche io volessi che lei, da parte sua, iniziasse a cambiare alcuni aspetti di sè che potrebbero non piacermi. Ma Veronica non ne vuole sapere niente, e anzi rincara la dose scrivendomi che qualora io non volessi cambiare qualcosa per lei, di conseguenza troverebbe la conferma che io non ci tengo alla sua persona, e pertanto si sentirebbe in tal caso libera da qualsiasi vincolo sentimentale, potendo dunque frequentare anche altri uomini, a maggior ragione dal momento che, almeno a suo dire, ne avrebbe così tanti che la cercano al punto da doverli pure scacciare, e con tali uomini − a prescindere dalla loro bellezza interiore ed esteriore − sarebbe decisa a concedersi anche molto di più di quanto ha fatto con me. Dopo aver letto cose di questo genere, non posso che concludere il dialogo − se così si può definire − invitandola a fare ciò che più ritiene necessario e facendole altresì notare che a quel punto tra lei e le “sgualdrine da 4 soldi che [nelle discoteche di Ibiza] vanno con tutti quelli che incontrano perchè ubriache e drogate e anche puttane” non ci sarebbe alcuna differenza, se non che queste ultime, una volta concluso il rapporto, se ne tornano nei loro hotel o appartamenti senza infelicitare nessuno. Qualche secondo dopo l’invio di questo messaggio vengo bloccato alla velocità della luce sia su Whatsapp sia su Facebook e Instagram. Ma meglio così, poichè in tal modo non devo perdere altro tempo a bloccarla io. Che di tempo ne ho già perso abbastanza.

Passate oltre due settimane da tale vicenda, un pomeriggio ricevo però una chiamata: era lei, ma non l’avevo capito poichè in quel momento mi trovavo al mare e di conseguenza il sole mi impediva di visualizzare bene lo schermo. All’apparenza sembra essere tornata dolce come prima: mi dice che forse ha sbagliato a comportarsi come si è comportata, ma ciò dipende dal suo essere impulsiva, che non voleva farmi del male e che in realtà mi voleva ancora bene, che intanto aveva conosciuto un altro uomo con cui però non era andata bene la storia poichè era “il solito eterno Peter Pan che a 35 anni ancora non ha messo la testa a posto” e blablabla. La conclusione? Vuole rivedermi. Veronica, tuttavia, è ignara del fatto che qualche giorno prima mi è capitato − scherzo del destino − di incontrare una mia amica a un mercatino estivo. “Eugenio! Allora, ti sei fidanzato!?” mi chiese Francesca appena mi vide, al che caddi decisamente dalle nuvole: “Sinceramente non sapevo di essere fidanzato” le risposi. “Ma come?! E le storie??”. Le storie a cui si riferiva erano delle foto che ci eravamo fatti io e Veronica insieme, e che poi avevo dunque caricato su Facebook e Instagram, ragion per cui ella riteneva erroneamente che fossimo fidanzati. Le spiegai dunque che la ragazza in questione non è la mia compagna, ma lei mi rispose che in realtà, a prescindere dal fatto che stessimo insieme o meno, mi voleva comunque parlare di quella ragazza dal momento che lei la conosceva, almeno di nome. Ci sedemmo su una panchina all’ombra al fine di parlare e lei iniziò il discorso chiedendomi: “Tu la conosci bene?”. Proprio una bella domanda. Le risposi che ritenevo di conoscerla abbastanza bene, ma che se lei sapesse qualcosa su di lei me lo poteva tranquillamente riferire. Ella mi spiegò che Veronica era stata prima con un certo Andrea, l’ex di Elena, la sua migliore amica. Elena si dovrà sposare con Andrea l’anno prossimo − COVID permettendo − ma due anni fa avevano litigato di brutto e dunque per diversi mesi si erano lasciati: lei aveva preferito stare da sola, ma lui invece ha deciso di conoscere altre donne, tra cui proprio Veronica, con cui è stato qualche mese. “I mesi più brutti della sua vita!” esclamò Francesca: infatti questa ragazza aveva posto in essere un comportamento molto manipolatore nei confronti di Andrea − che a dire di Francesca era invece abituato a una donna molto meno problematica come appunto Elena, e dunque era stato preso alla sprovvista da una manipolatrice come Veronica − e, in poche parole, gli aveva reso la vita un inferno. Da principio, faceva finta di essere interessata a lui e a tutto ciò che componesse la sua vita, per poi però farlo parlare e carpire dunque informazioni a riguardo, da utilizzare a tempo debito contro di lui. Ad esempio, una volta che Andrea aveva litigato con il suo migliore amico e pertanto si stava sfogando con Veronica in chat descrivendole come lui si fosse comportato da stronzo nei suoi confronti, lei fece lo screenshot della chat e a tempo debito la inviò all’amico − con il quale intanto Andrea aveva fatto pace − per farli litigare di nuovo. Tutto ciò poichè si sentiva trascurata da Andrea, il quale, a suo dire, passava più tempo con gli amici che con lei. “Conoscendo la signorina in questione, posso ben capire perchè lui preferisse uscire con gli amici” commentai io. Poi mi riferì, tra le varie cose, che lei aveva anche conosciuto i genitori di lui, cercando soprattutto di farsi ben volere dalla madre. Per poi metterla contro il figlio. Infatti Veronica era convinta che Andrea, oltre a passare troppo tempo con gli amici, ne passasse troppo con la madre, la quale a suo dire lo influenzava e rischiava di farlo rimanere un ragazzino. Ovviamente Veronica non poteva mica tollerare questo fatto: è ovvio che debba avere lei l’esclusiva di influenzare le persone. Per cui, sapendo che di tanto in tanto Andrea giocava la schedina e qulche volta addirittura a poker con gli amici, descrisse alla madre tali sue abitudini quasi come se il figlio fosse un ludopatico che si giocava tutto lo stipendio, finendo perfino col farla piangere. Ma non è finita qui. Siccome Andrea, dopo queste vicende terrificanti, aveva iniziato a soppesare l’eventualità di tornare con Elena, ed avendo però detto − in uno scoppio d’ira − a Veronica di essere intenzionato a mollarla al fine di tornare con la ex, lei cercò in tutti i modi di non farli rimettere insieme. Siccome in pratica Andrea era affezionato a Veronica soprattutto da un punto di vista fisico − in quanto quest’ultima era anche disposta a fare cose che invece Elena non voleva fare − disse ad Andrea cose del tipo “Tu sei un vero stallone! Anche se ti rimetti con Elena non potrai più farle certe cose...che ne dici se le filmiamo e le tieni per ricordo?” e lui aveva accettato. In realtà poi si disse pentito di tale decisione, che giustificò con la sua volontà di mostrare agli amici le sue imprese a letto, ma resta il fatto che Veronica, dopo aver filmato il porno amatoriale, lo ha inviato a Elena scrivendole pure che Andrea in realtà non voleva rimettersi con lei, ma voleva continuare a stare con una vera donna, che lo eccita, lo fa godere, lo fa sentire un vero uomo...tant’è che appunto la prova di tutto ciò è proprio il fatto che stanno continuando ad avere rapporti. Andrea, d’altro canto, non pensava assolutamente che Elena potesse ricevere un messaggio simile da Veronica, poichè le due ignoravano la vera identità l’una dell’altra (nessuna delle due sapeva come si chiamasse l’altra su Facebook o Instagram poichè Andrea, dopo aver lasciato Elena, l’aveva bloccata su entrambi i social, pertanto Veronica non poteva risalire all’identità di Elena e viceversa, limitandosi solo a conoscere i rispettivi nomi − Veronica ed Elena − e basta), ma non aveva considerato che Veronica era riuscita a ottenere il numero di Elena, probabilmente poichè l’aveva letto dalla sua rubrica un momento che egli si era distratto e aveva lasciato incustodito il telefono. Naturalmente Elena se la prese moltissimo e in quel momento pensava proprio che non sarebbe mai tornata con Andrea, perchè l’aveva fatta troppo soffrire, ma questi intanto aveva lasciato Veronica ritenendo che quest’ultima cosa che avesse combinato fosse stata la goccia in grado di far traboccare il vaso. Tutte queste cose Francesca le sapeva poichè le sono state riferite da Elena, la quale a sua volta ne era venuta a conoscenza o direttamente o tramite Andrea, una volta tornati insieme. A ogni modo, benchè mi sembrasse un discorso molto sincero quello fatto da Francesca, volevo però avere la prova del nove: dunque, puntando su una mia curiosità professionale, da psicosessuologo, le chiesi di più in merito ai rapporti sessuali intercorsi tra Andrea e Veronica, giacchè si trattava di un argomento che ella aveva toccato. “E quindi in pratica lui stava con lei...giusto per sesso?” Le feci due o tre domandine così, e a un certo punto Francesca, inconsapevolmente, mi comunicò quella che era la prova del nove che io cercavo: tra le varie cose dette, infatti, mi fece partecipe del fatto che Veronica − essendo una bella ragazza − puntava molto sul lato fisico e, a dire di Andrea, aveva un corpo assai curato che gli piaceva molto, anche dal punto di vista artistico dal momento che anch’egli è un estimatore dei tatuaggi. E tra quelli di Veronica apprezzava molto quello rappresentante una “V” artistica in corsivo, “che forse gli piaceva tanto proprio per la posizione in cui stava!” commentò sarcastica Francesca. La “V” in questione, infatti, era posta in una zona poco visibile qualora si indossino degli indumenti, dal momento che risultava ubicata poco al di sopra della zona genitale. Dunque si trattava di un tatuaggio praticamente impossibile da visionare − almeno per intero − per una persona qualsiasi. Insomma, avevo capito che Francesca sosteneva il vero e che tutto ciò che avesse detto fosse stato frutto di una esperienza diretta. Dunque, alla luce di tutto ciò, non potevo far altro che pormi in una maniera disillusa nei confronti di Veronica. Le risposi che mi aveva fatto piacere risentirla, ma la bloccai subito dicendole che mi stavo frequentando con un’altra ragazza, pertanto: “Se vogliamo rimanere ami...”, ma non mi fece finire la frase, poichè doveva congedarmi con “Ma vai a fare in culo, coglione!”. Che dire? Forse non crede tanto nell’amicizia tra uomo e donna....

 

Cosa si può imparare da quest’altra lezione? Qual’è il morale della favola? Anche questa storia insegna moltissime cose sulle persone manipolatrici e il loro modo di fare, di seguito riassunte in 7 punti:

 

1) Cercano l’accettazione degli altri in tutti i modi e quanto prima possibile. Essere accettati dagli altri è sicuramente una bella cosa, ma si deve pur sempre considerare che il mondo è bello perchè è vario e dunque ogni persona ha diritto di essere se stessa senza dover per forza piacere agli altri, a tutti gli altri, e senza dunque avere la necessità di farsi accettare dal prossimo a tutti i costi. Una persona manipolatrice cerca proprio di farsi amico il prossimo al fine di poterlo manipolare meglio. A riguardo, è esemplare come Veronica tenesse a dare una immagine di sè quanto più possibile “idilliaca” e quanto cercasse di farmi intendere che lei fosse la donna giusta per me, tenera e affettuosa.

2) Fanno favori a prima vista disinteressati, ma che poi risultano essere interessati. Alle parole seguono i fatti: dopo i complimenti ci sono le condotte finalizzate a farsi accettare e ben volere. Tali condotte sembrano dapprima disinteressate, ma poi si scopre che sono interessate, e dunque si pagano a un prezzo molto salato. Da notare, a riguardo, come Veronica raffigurasse la sua volontà di avere un rapporto con me, ovvero dicendomi come, tra tutte le migliaia di uomini che la desiderano, avesse scelto proprio me per farlo per la prima volta dopo il lockdown. D’altra parte un manipolatore sa benissimo che qualora si faccia un favore a una persona, quest’ultima possa poi essere più incline ad accettare le sue pretese.

3) Agiscono secondo un copione. Una persona manipolatrice è tendenzialmente falsa, dunque non avrebbe problemi ad agire secondo un copione, come ad esempio può essere porsi in modo tenero e affettuoso, fare la parte della finta innamorata e della finta donna passionale. Ciò accade anche a causa del fatto che, fortunatamente, non tutte le persone si fanno manipolare, dunque un manipolatore può avere un’esperienza anche molto lunga di tentativi di plagio e manipolazione con altre persone, ragion per cui a quel punto il suo modo di fare diventa per l’appunto un vero e propio copione da ripetere qualora si presenti una nuova vittima.

4) Sono bugiarde o comunque poco oggettive. Abbiamo visto che per una persona manipolatrice è fondamentale farsi ben volere dagli altri e dare un’immagine il più possibile positiva di sè. Di conseguenza, per poter ottenere ciò, è necessario mentire. Nel caso di Veronica non ho potuto constatare cose palesemente inventate a livello diretto, ma tantissime le ho rilevate a seguito di quello che mi ha detto Francesca, ovvero tutte le cose calunniose che Veronica ha detto durante la sua storia con Andrea.

5) Non si fanno scrupoli se vogliono ottenere ciò che vogliono. Essere individui manipolatori richiede un importante sforzo cognitivo: in altre parole, non è facile riuscire ad esserlo, ed ecco perchè la maggior parte dei manipolatori sono persone con sufficiente volontà e decisione. E proprio perchè fare i manipolatori richiede impegno, allora hanno intenzione di andare fino in fondo a tal cosa. Vogliono, insomma, ottenere ciò per cui si sono dati da fare. Stando così le cose, non stupisce tanto il fatto che possano arrivare fino a minacciare la vittima o a stalkerizzarla: ne è un esempio il fatto che Veronica mi minacciò di lasciarmi per un altro qualora non l’avessi assecondata; allo stesso modo è esemplare il modo cinico in cui si è comportata quando stava con Andrea.

6) Parlano tanto e non condividono il punto di vista altrui. Manipolare una persona vuol dire agire sulla sua mente, di conseguenza la via maestra per poter influenzare l’altro è di certo quella di parlarle. Avete presente tutte le volte in cui Veronica non mi faceva parlare e, anzi, si poneva come se l’unica realtà accettabile fosse quella da lei condivisa? Questo è un ottimo esempio. D’altra parte, se l’obiettivo di un manipolatore è quello di far cambiare idee a un’altra persona, di influenzarla, perchè mai dovrebbe accettare il punto di vista dell’altro?

7) Fanno nascere tanti interrogativi nei loro confronti. Infine una buona notizia: se una persona manipolatrice non è facile da riconoscere, è però probabile che faccia nascere degli interrogativi su di sè, poichè questo tipo di individui quasi sempre esula dalla media della normalità delle altre persone di una data società. In altre parole, se è difficile capire se una persona è manipolatrice o meno, non è però allo stesso modo difficile capire che il suo comportamento, quanto meno, risulti essere particolare. Ad esempio, è certamente una particolarità che una bella ragazza single si dimostri così disponibile, tenera, affettuosa e interessata a un uomo, nonostante non lo conosca nemmeno tanto bene. Ovviamente non tutti i comportamenti “strani” sono da considerare dei campanelli d’allarme, ma non bisogna neanche peccare di eccessivo ottimismo, pensando da subito di aver trovato la propria anima gemella qualora tutto proceda come noi vogliamo.

 

In conclusione, è sempre valido l’avviso qualora ci si dovesse imbattere in un partner o potenziale partner manipolatore di non farsi troppi problemi a lasciarlo, e soprattutto non farsi prendere la mente da loro stessi e dal loro modo di essere. Se persone di tal genere fanno nascere nella nostra mente tanti interrogativi, non è però il caso di perdere tempo a cercare delle eventuali risposte. Se infatti si dovesse cercare di trovare una risposta a tutti i dubbi che possiamo avere nei riguardi di una data persona, non faremmo altro che assegnarle importanza e, di conseguenza, anche un certo interesse. Bisogna imparare che l’incertezza va accettata. Perchè la vita stessa è incertezza e la verità non è sempre ciò che sembra.

 

NELLA MENTE DI CHI LE MENTI LE MANIPOLA: CHI SONO I MANIPOLATORI E COME SI RICONOSCONO? - parte 1

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Sia la mia vita personale sia quella professionale mi hanno offerto svariati esempi di “amori sbagliati”. Sbagliati per tante ragioni, ma molto spesso riconducibili alla prepotenza e all’egoismo di almeno uno dei due componenti la coppia. Diretta conseguenza di prepotenza ed egoismo è appunto la personalità manipolatrice, ovvero − come è intuibile − la volontà di una persona di modificare l’altra a proprio piacimento al fine di ottenere dei vantaggi personali. Ma che tipo di persona è un manipolatore? In questo articolo, suddiviso in due parti o puntate (una pubblicata ora, una tra qualche giorno), vedremo due esempi esemplari di persone manipolatrici, nonchè, cosa molto importante, quali possono essere i mezzi a disposizione al fine di poter individuare un individuo manipolatore e dunque estrometterlo dalla propria vita. Tali esempi sono il frutto del mio utilizzo di Tinder, così come di altri siti ed app di incontri online, che al giorno d’oggi − in equilibrio instabile tra lockdown e normalità − si rivelano essere molto utili al fine di conoscere altri single, supplendo così all’odierna mancanza di contesti di socializzazione quali serate, feste, festival, tavolate nei ristoranti, consumazioni in piedi al bar...che via via stanno scomparendo in nome del distanziamento sociale. In tal modo, fortunatamente, la rete ci dà la possibilità di essere connessi − non soltanto a internet, ma anche ad altri esseri umani − ponendo così rimedio al distanziamento sociale e alla conseguente alienazione dei rapporti umani che si sta creando nella società di oggi. Chi volesse approfondire tali utilissime potenzialità della rete può anche leggere il mio libro “#Seducisocial - la guidacompleta a siti e app di incontri”. Dunque, come prima accennato, ho conosciuto queste due donne su Tinder, ove detengo un profilo completo, in cui specifico di essere interessato a conoscere una donna seria, intelligente, con dei valori e di cui potermi innamorare e costruire così qualcosa di serio. Ho conosciuto così molte donne, ma in particolar modo, purtoppo, anche due che si sono rivelate essere delle manipolatrici, entrambe conosciute tra giugno e luglio di quest’anno. La seguente storia si riferisce alla prima delle due.

ANGELA

30 anni, carnagione chiara, capelli biondi, occhi azzurri e occhiali da intellettuale. Di mestiere mi dice di fare l’aiuto commercialista in uno studio contabile. Dopo esserci conosciuti su Tinder, decidiamo di scambiarci i contatti social e di chattare un po’ su Whatsapp al fine di conoscerci meglio. Lei mi fa sempre molti complimenti e mi confida anche il fatto di non essere mai stata fidanzata, bensì di aver avuto solo delle frequentazioni più o meno lunghe con altri uomini, in quanto si ritiene molto esigente e desidera trovare “un vero uomo, il mio principe azzurro che mi faccia battere il cuore e sorridere ogni giorno di più”, il tutto condito dalle solite emoji di circostanza. Un giorno le propongo di uscire e passare una serata fuori in un ristorante, invito che lei accetta di buon grado, ringraziandomi pure per il pensiero. Una volta arrivata risulta sempre essere molto gentile e cordiale, mettendo anche in chiaro il fatto che la cena se la vuole pagare da sè in quanto a suo dire non è in cerca di un uomo il quale la mantenga, bensì che si preoccupi di lei e che le stia accanto. Dopo aver conversato del più e del meno, decidiamo di farci una passeggiata, al che lei inizia a farmi domande sempre più invadenti su di me, chiedendomi anche cose piuttosto fuori luogo in occasione di un primo appuntamento; dopo qualche altro metro di passeggiata mi chiede di fermarci su una panchina, e lì continua la sua conversazione iniziandomi a raccontare quella che sembra essere una vera e propria soap opera, ovvero la storia strappalacrime della sua vita: la sorella morta di leucemia, il padre malato, i conflitti in famiglia, la sua vocazione da crocerossina, il fatto che essendo una ragazza diversa dalle altre e di sani principi non è potuta mai andare d’accordo con gli uomini dei nostri tempi, che al contrario cercano quelle più facili e con la testa per aria, il suo percorso terapeutico con uno psicologo che in passato l’aveva aiutata.... A quel punto non posso non pensare che Angela potrebbe aver cercato una frequentazione con me di modo che io la aiutassi, professionalmente, a risolvere i suoi problemi e a farla vivere meglio; di conseguenza metto le mani avanti facendole presente che per me non è possibile − per ragioni di etica professionale − occuparmi professionalmente di una donna con cui mi sto frequentando. Lei però mi risponde dicendomi che in realtà vuole solo essere compresa e...amata. E così scatta anche il bacio tra di noi. In ogni caso, questa ragazza ancora non mi convince: sarà vera questa storia della sua vita? E perchè me la racconta? Vorrà dei soldi? Forse questo no, poichè non me li ha mai chiesti e anzi ha anche voluto mettere in chiaro che lei lavora e vuole pagare per sè, tant’è che effettivamente la cena se l’è pagata per conto suo. Però una cosa proprio la vuole: mi comunica infatti che è da tanto che non ha rapporti con un uomo − complice anche il lockdown − e perciò vorrebbe tanto averli con uno come me, che si è rivelato in grado di capirla, ascoltarla, farle passare una serata spensierata come non accadeva da tempo, eccetera. Mi dice che quindi vuole andare nella mia auto e farlo lì. E la serata si conclude proprio in questo modo, poichè a una certa ora (l’una passata) mi comunica che è tardi e dunque poco dopo averlo fatto vuole tornare a casa. Ma non erano gli uomini quelli che dopo averlo fatto non hanno voglia di stare insieme, di parlare, fare le coccole e dunque se ne vanno lasciando lei in solitudine? In ogni caso nei seguenti giorni continuiamo a chattare del più e del meno, fino a che lei non mi comunica che ha bisogno di parlarmi. Mi fissa dunque un appuntamento telefonico, alle 7 di sera in punto, dicendomi dunque tutta una serie di cose che mi fanno capire che Angela non è tanto un angelo come poteva sembrare. Innanzitutto comincia con il dire che per lei va bene fare una storia con me e dunque che vorrebbe continuare ciò che avevamo iniziato, ma dopo questa breve premessa inizia un discorso degno di una tragedia di Euripide. In sintesi, mi comunica di sentirsi frustrata, stressata e inerme rispetto alla sua situazione familiare: in particolar modo dice che non va d’accordo con la madre, costantemente depressa, che il padre è come una palla al piede, poichè nonostante sia vecchio e malato lei non riesce più a fargli da crocerossina; tra l’altro lui è spesso di cattivo umore e se la prende anche con lei e sua madre, lasciando presagire che ci sia una violenza non solo psicologica. Insomma, tutti giri di parole che si concludono con l’ammissione di volersene andare di casa − cosa che però non le è possibile fare da sola in quanto non guadagnerebbe abbastanza per poter pagare l’affitto e le utenze − e dunque con la richiesta di...andare a convivere. Io le rispondo che ovviamente pure a me farebbe piacere una convivenza, tant’è che come anche ho fatto presente sin dall’inizio, sono deciso ad avere una relazione stabile. Il problema, però, è che a quel punto lei inizia a parlare come se la convivenza dovesse verificarsi a breve, molto a breve, nonostante fossimo usciti insieme una volta soltanto. Ai miei dubbi riguardo al fatto che la cosa possa funzionare, e alla mia successiva richiesta di continuare a frequentarci senza prima convivere al fine di conoscerci meglio, come d’altronde farebbe qualsiasi persona normale, mi risponde come un fiume in piena, dicendomi tutta una serie di cose più o meno assurde, più o meno minacciose, più o meno deliranti. Tanto per citarne alcune, mi dice che lei è una bellissima ragazza e qualunque uomo risponderebbe di sì a una richiesta di convivenza da parte sua, che io non posso essere un bravo psicologo perchè non mi rendo conto di quanto lei possa soffrire in quel suo stato, che qualora dovesse decidere di fare qualche gesto inconsulto, io ce l’avrò sempre sulla coscienza, che lei poteva pure farsi venire a prendere sotto casa da me, farsi pagare le cene, farsi fare dei regali da parte mia, ma ha deciso di non farlo per non pesare su di me, ed ecco come io la ripago per questa sua disponibilità nei miei confronti...arriva anche a dire che un’altra ragazza si sarebbe fatta pure pagare per avere un rapporto con lei, mentre lei non l’ha fatto, e che comunque avrebbe potuto senza ombra di dubbio ricattarmi (dicendomi cose del tipo “se non mi paghi, dico che sono stata violentata” e così via) mentre lei ancora non l’ha fatto. A quel punto cerco quanto meno di farla ragionare e farle capire cosa voglia dire la convivenza, cosa che d’altra parte lei non dovrebbe nemmeno conoscere in prima persona se è vero che non è mai stata fidanzata: le dico che anche se dovessimo andare a convivere, è però prima indispensabile che si conoscano le rispettive famiglie, soprattutto io la sua, dato che mi pare sia ovvio che dei genitori vogliano sapere con chi va a convivere la loro unica figlia. Lei però mi risponde con un secco e gelido “No!”, dicendomi che ciò avrebbe soltanto complicato le cose, che tanto ai suoi non va mai bene nessuno, eccetera, eccetera. Non mi rimane altro da fare che dirle, in tono gentile ma deciso, che “al momento non me la sento di andare a convivere, ma se volessimo...” e poi non le ho più potuto dire nulla poichè già aveva riattacato. Allibito, dopo un po’ che riaccendo la connessione del telefono scopro che mi ha bloccato su Whatsapp e anche su Facebook e Instagram. Ma alla fine meglio così. Ancora non potevo immaginare che qualche settimana dopo mi sarebbe potuta capitare una storia simile a questa, ma molto, molto più pazzesca. La leggerete nella seconda parte dell’articolo.

Ora, cosa si può imparare da tale lezione? In altre parole, qual’è il morale della favola? Questa storia insegna moltissime cose sulle persone manipolatrici e il loro modo di fare, di seguito riassunte in 7 punti:

 

1) Cercano l’accettazione degli altri in tutti i modi e quanto prima possibile. Essere accettati dagli altri è sicuramente una bella cosa, ma si deve pur sempre considerare che il mondo è bello perchè è vario e dunque ogni persona ha diritto di essere se stessa, senza dover per forza piacere agli altri, a tutti gli altri, e senza dunque avere la necessità di farsi accettare dal prossimo a tutti i costi. Una persona manipolatrice cerca proprio di farsi amico il prossimo al fine di poterlo manipolare meglio. In questa storia si può constatare come Angela mi facesse tanti complimenti sospetti già dall’inizio, senza avermi prima conosciuto abbastanza, proprio al fine di ottenere la mia benevolenza nei suoi confronti.

2) Fanno favori a prima vista disinteressati, ma che poi risultano essere interessati. Alle parole seguono i fatti: dopo i complimenti ci sono le condotte finalizzate a farsi accettare e ben volere. Tali condotte sembrano dapprima disinteressate, ma poi si scopre che sono interessate, e dunque si pagano a un prezzo molto salato. Da notare, infatti, come lei dapprima si paghi da sè la cena e voglia anche avere un rapporto, per poi − a tempo debito − far pesare queste cose e utilizzarle come argomenti per poter essere assecondata. D’altra parte un manipolatore sa benissimo che qualora si faccia un favore a una persona, quest’ultima possa poi essere più incline ad accettare le sue pretese.

3) Agiscono secondo un copione. Una persona manipolatrice è tendenzialmente falsa, dunque non avrebbe problemi ad agire secondo un copione, come ad esempio può essere porsi in modo gentile, fare complimenti ad effetto, recitare la parte della povera ragazza sfortunata che non ha ancora trovato il suo principe azzurro e così via. Ciò accade anche a causa del fatto che, fortunatamente, non tutte le persone si fanno manipolare, dunque un manipolatore può avere un’esperienza anche molto lunga di tentativi di plagio e manipolazione con altre persone, ragion per cui a quel punto il suo modo di fare diventa per l’appunto un vero e propio copione da ripetere qualora si presenti una nuova vittima.

4) Sono bugiarde o comunque poco oggettive. Abbiamo visto che per una persona manipolatrice è fondamentale farsi ben volere dagli altri e dare un’immagine il più possibile positiva di sè. Di conseguenza, per poter ottenere ciò, è necessario mentire. Magari Angela, se mi avesse detto di aver avuto tanti uomini prima di me − cosa che non posso sapere, ma comunque mi pare molto strano che una ragazza di 30 anni, attraente, con un lavoro e nessun problema di salute palese (se non magari di tipo mentale) non abbia mai avuto una storia sentimentale − avrebbe poi temuto che la potessi giudicare male. Allo stesso modo, tante altre cose su di sè mi sono sembrate potenzialmente inventate.

5) Non si fanno scrupoli se vogliono ottenere ciò che vogliono. Essere individui manipolatori richiede un importante sforzo cognitivo: in altre parole, non è facile riuscire ad esserlo, ed ecco perchè la maggior parte dei manipolatori sono persone con sufficiente volontà e decisione. E proprio perchè fare i manipolatori richiede impegno, allora hanno intenzione di andare fino in fondo a tal cosa. Vogliono, insomma, ottenere ciò per cui si sono dati da fare. Stando così le cose, non stupisce tanto il fatto che possano arrivare fino a minacciare la vittima o a stalkerizzarla: ne sono un esempio le velate − ma nemmeno tanto − minacce di Angela che mi fece al telefono, tra cui la possibilità che si suicidasse, che avrebbe potuto pure denunziarmi per violenza sessuale, eccetera.

6) Parlano tanto e non condividono il punto di vista altrui. Manipolare una persona vuol dire agire sulla sua mente, di conseguenza la via maestra per poter influenzare l’altro è di certo quella di parlarle. Angela è infatti una gran chiacchierona, a cui però va di parlare solo di ciò che le interessa, ignorando qualsiasi cosa non sia di suo gradimento. D’altra parte, se l’obiettivo di un manipolatore è quello di far cambiare idee a un’altra persona, di influenzarla, perchè mai dovrebbe accettare il punto di vista dell’altro?

7) Fanno nascere tanti interrogativi nei loro confronti. Infine una buona notizia: se una persona manipolatrice non è facile da riconoscere, è però probabile che faccia nascere degli interrogativi su di sè, poichè questo tipo di individui quasi sempre esula dalla media della normalità delle altre persone di una data società. In altre parole, se è difficile capire se una persona è manipolatrice o meno, non è però allo stesso modo difficile capire che il suo comportamento, quanto meno, risulti essere particolare. Ad esempio, è certamente una particolarità che una bella ragazza single si dimostri così disponibile, non faccia per nulla la stronza e voglia addirittura pagarsi da sè la cena e avere un rapporto senza pretendere nulla in cambio. Ovviamente non tutti i comportamenti “strani” sono da considerare dei campanelli d’allarme, ma non bisogna neanche peccare di eccessivo ottimismo, pensando da subito di aver trovato la propria anima gemella qualora tutto proceda come noi vogliamo.

 

In conclusione, non so e non saprò mai se quello che mi ha detto questa ragazza sia vero o meno, se veramente avesse tale necessità di fuggire dalla sua famiglia disfunzionale per andare tra le braccia di una persona che volesse amare, oppure se tutta questa storia fosse solo una invenzione, una messa in scena per coprire qualcosa di più prosaico: ad esempio il cercare di fuggire da un ex violento, oppure il dovermi utilizzare in qualche altro modo. Se persone di tal genere fanno nascere nella nostra mente tanti interrogativi, non è però il caso di perdere tempo a cercare delle eventuali risposte. Se infatti si dovesse cercare di trovare una risposta a tutti i dubbi che possiamo avere nei riguardi di una data persona, non faremmo altro che assegnarle importanza e, di conseguenza, anche un certo interesse. Bisogna imparare che l’incertezza va accettata. Perchè la vita stessa è incertezza e la verità non è sempre ciò che sembra.