lunedì 3 agosto 2020

IL MITO (E IL PARADOSSO) DEL CORPO PERFETTO NELLA SOCIETÀ DELL'APPARENZA

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA ANANKE NEWS.

Superficiale, eccessiva, edonista, alienante e perfezionista. Non vi sono aggettivi migliori per poter sintetizzare la società in cui viviamo oggi. Una società in cui l’influenza sociale esercitata dall’alto (dunque in primis dai mass media) la fa da padrona. E che ci spinge a conformarci a un ideale di perfezione largamente incentrato sull’apparenza. Apparire (in senso positivo) vuol dire in primo luogo fornire un’immagine di sè socialmente accettabile. Un’immagine che però è fortemente incentrata sull’esteriorità e la superficialità. Ecco perchè l’aspetto fisico riveste un ruolo fondamentale nel farsi apprezzare esteriormente, ed ecco dunque spiegato il boom di settori economici quali la chirurgia estetica, le palestre, gli integratori alimentari, i centri estetici, eccetera. Questi settori hanno d’altra parte anche alimentato − principalmente attraverso ripetuti e martellanti messaggi pubblicitari − la creazione della necessità psicologica di dover avere un corpo perfetto, praticamente come quello di attori, attrici, modelli e modelle, atleti e quant’altre professioni in cui è richiesta una particolare cura all’aspetto fisico. Ma ovviamente in tali casi si tratta di persone che proprio a causa del mestiere che svolgono necessitano di avere un fisico quanto più possibile “perfetto”, cosa che però la società e i media non comunicano, e invece tendono maggiormente a generalizzare il concetto di “perfezione corporea” facendo dunque intendere che avere un corpo perfetto è un dictat a cui deve sottostare qualsiasi individuo. D’altra parte non è solo la pubblicità veicolante il messaggio diretto che si deve avere un corpo perfetto a comunicare tale cosa, ma anche quella che comunica tale concetto indirettamente, ad esempio tutte quelle pubblicità in cui la bellezza corporea è utilizzata come strumento al fine di sponsorizzare qualche altro prodotto, come quel tale profumo, bagno schiuma, rasoio, crema solare, vestitino e qualsiasi altro oggetto risalti meglio se affiancato a un fisico attraente. Pensiamo ad esempio ai tanti spot che nella stagione estiva riempiono gli schermi dei nostri device e che si soffermano sulle creme solari: una crema di tale tipo deve essere valida di sè e per sè, dunque non c’è differenza se viene spalmata su un corpo “in forma”, piuttosto che su uno “fuori forma”, però ovviamente siccome è più attraente un corpo del primo tipo, allora nella pubblicità le creme solari sono esclusivamente spalmate su tale tipo di fisico. In tal modo, l’influenza mediatica si fa indiretta, poichè sebbene l’obiettivo di quella tale pubblicità sia di far acquistare la tal crema del momento, si ha comunque l’effetto secondario di influenzare il giudizio altrui anche sull’aspetto della fisicità, benchè tale tipo di influenza esuli dagli intenti (economici) dello spot pubblicitario. Ora che siamo in estate e si esibisce di più il proprio corpo sia dal vivo sia attraverso i social, la (falsa) necessità di dover avere un corpo perfetto si fa ancora più pressante, portando con sè delle vere e proprie calamità sociali quali i disturbi alimentari e il giudicare il prossimo più per il suo corpo che per la sua mente. Ma i problemi non finiscono qui: solo per citarne alcuni, ve ne sono in particolar modo alcuni di ordine superiore (dunque che interessano la sfera del ragionamento critico), quali gli errori di giudizio. Tale tipo di errore nasce proprio dal paradosso che la perfezione è una chimera, ma allo stesso tempo la società odierna obbliga a doverla raggiungere. Ciò non può portare ad altro se non al dismorfismo corporeo, una vera e propria psicopatologia consistente nel considerare il proprio corpo diverso da come è veramente e a pretenderlo quindi uguale a un dato modello. Le conseguenze di tale squilibrio si fanno sentire in importanti e plurimi ambiti della vita, quali quello economico (se si va dal chirurgo estetico, se si comprano integratori, eccetera, allora è ovvio che il portafoglio si alleggerisca), fisico (gli interventi chirurgici possono avere conseguenze negative per il proprio corpo, così come gli integratori e l’allenamento eccessivo) e psichico. In particolare, relativamente a quest’ultimo ambito, occorre notare come oggi molta gente soffra di veri e propri stati disforici − ovvero stati emotivi negativi − in risposta alla mancanza di possesso del corpo perfetto così tanto sognato e idealizzato. Tali stati emotivi possono anche evolversi in stati psicopatologici gravi quali la depressione (si è giù di morale poichè non si possiede il fisico sperato), l’ansia (si è ansiosi di volerlo acquisire il prima possibile, oppure di raggiungere il prima possibile i risultati connessi al suo possesso, quali l’avere più follower e like sui social, più offerte di lavoro, più approvazione sociale, più match su tinder...), la fobia sociale (si evita il contatto sociale per non sentirsi inadeguati: ad esempio si potrebbe scegliere di non andare al mare proprio al fine di evitare di mostrare un corpo ritenuto non all’altezza dei canoni di bellezza imposti dalla società), fino ad arrivare ai disturbi alimentari. Comunque sia, alcuni di questi problemi − siano essi economici, fisici, psichici o di altro tipo − sono effettivamente notati da chi ne soffre, e benchè il poterli risolvere (soprattutto da soli e senza un aiuto professionale) sia tutt’altro che facile, già un ottimo punto di partenza è quello di prenderne atto. Ad esempio, io ho provato a fare delle domande del tipo “A quali problemi pensi di poter andare incontro esagerando con la palestra?” a persone a rischio di sviluppare tali patologie, quali ad esempio i body builder − intesi comunque come individui aventi un rapporto anomalo con l’allenamento, ovvero che si allenano praticamente tutti i giorni, che alzano carichi eccessivi, che assumono steroidi anabolizzanti e così via − allora gli stessi mi hanno fatto notare il fatto che la palestra leva tempo ad altre attività importanti (ad esempio uno di loro mi ha confidato di fare body building principalmente per poter piacere di più alle donne e poter dunque “acchiappare” di più, benchè però la palestra stessa gli togliesse moltissimo tempo che invece potrebbe dedicare proprio a conoscere altre ragazze e ad uscire con loro), oppure che la palestra costa (a riguardo, un body builder professionista, che aveva partecipato anche a competizioni nazionali, mi ha detto che con tutti i soldi che aveva speso per il body building ci avrebbe potuto acquistare anche più di un appartamento fronte mare), oppure ancora che è stancante e che l’allenamento può causare anche infortuni...per poi arrivare a considerazioni che non mi sarei aspettato mai di sentire, sebbene allo stesso modo giuste e sensate: ad esempio un body builder ambientalista mi fece notare che siccome le palestre − soprattutto nelle realtà provinciali − sono ubicate piuttosto in periferia (e quelle più centrali sono generalmente piccolissime e poco idonee a un allenamento completo e variato) e non essendo ovviamente le periferie ben servite dai mezzi pubblici, allora ne consegue che sia necessario servirsi dell’auto o della moto per potercisi recare, con relativo inquinamento ambientale causato dall’utilizzo di tali mezzi di trasporto, unito poi al costo economico del carburante; un mio amico, invece, mi raccontò che la sala attrezzi era responsabile di avergli fatto saltare la festa di addio al celibato di un suo amico a Budapest, poichè siccome l’aria condizionata era impostata per tenere i locali a una temperatura non superiore ai 24° − mentre fuori ve ne facevano 32 − allora in pratica prese l’influenza e dovette di conseguenza rinunziare al viaggio; infine un mio paziente mi fece notare che non rinnovò il suo abbonamento − nè tantomeno quello della sua compagna − alla palestra ove prima si recavano poichè la stessa si era paradossalmente trasformata in ciò che io poi notai essere l’occasione che permetteva ai problemi di coppia repressi di emergere allo scoperto: nello specifico, egli aveva sviluppato una gelosia inerente la possibilità che la compagna trovasse gli altri avventori della sala attrezzi più attraenti di lui, mentre lei − allo stesso modo molto gelosa − faceva pesare il fatto che egli ripetutamente guardasse le ragazze in pants o comunque con la tuta ben attillata, e che le guardasse particolarmente bene proprio allorchè le stesse erano impegnate nell’allenamento dei glutei, con l’aggravante che tale sguardo non fosse un normale sguardo di interessamento, ma fosse invece uno sguardo “da maniaco”, che sottendeva pertanto un interesse di tipo fisico di gran lunga maggiore rispetto a quello che egli stesso provava alla sua vista allorchè entrambi erano impegnati nell’attività sessuale di coppia. Insomma, abbiamo visto che gli effetti collaterali dell’allenamento vi sono e che spesso risultano perfino inimmaginabili. Anche perchè, benchè sia chiaro che l’allenamento eccessivo possa essere esiziale per il proprio fisico, non è sempre ben chiaro quali siano i precisi effetti collaterali che ne conseguono: ad esempio una recente ricerca ha dimostrato come lo sviluppo di una massa muscolare eccessiva, conseguente al body building (eccessivo), abbia come spiacevole risultato la diminuzione della quantità di sperma. Ciò è interpretabile alla luce del fatto che l’ipertrofia muscolare interferisce a livello endocrino con il rilascio degli ormoni sessuali (tra cui il testosterone), che sono invece fondamentali ai fini della corretta spermatogenesi. D’altra parte, dal momento che il nostro corpo è lo stesso dei nostri lontani antenati delle caverne, è plausibile che l’organismo − che appunto è abituato alla vita delle caverne e non a quella attuale − interpreti l’elevato sforzo fisico e la conseguente ipertrofia come attività relate o prodromiche ad altre quali il combattimento o la caccia, e pertanto la spermatogenesi venga parzialmente inibita ai fini della maggiore richiesta di costruzione di una massa fisica potenzialmente utile per lo svolgimento delle attività viste poc’anzi. D’altronde per quale motivo ci sarebbe bisogno di spermatozoi in un periodo in cui invece le priorità sono ben altre? Naturalmente l’organismo non concepisce che l’aumento della massa muscolare serve per un fine del tutto diverso, e cioè quello estetico. Ma l’organismo − inteso come sistema mente-corpo − non può essere ignorato a favore di quello che non è altro che l’ennesimo capriccio che la società però ci presenta come necessità. L’organismo a un certo punto non ce la fa più: collassa e solo allora ci chiede il conto. Un conto ben salato. Forse al desiderio vano di avere un corpo perfetto bisognerebbe anteporre la necessità di possedere il ben più semplice, razionale, buon senso.


martedì 23 giugno 2020

L’INFLUENZA DELL’INCONSCIO SULLA SESSUALITÁ UMANA



Chiunque abbia visto Eyes Wide Shut non può aver dimenticato la fatidica sentenza che chiude il film, pronunciata dalla protagonista Nicole Kidman: “Dobbiamo scopare”. Se questa è forse l’unica battuta presente nel testamento cinematografico di Stanley Kubrick, è anche una frase direttamente originata dagli effetti di quel dramma borghese e di quella crisi di coppia che accompagnano Tom Cruise e Nicole Kidman per tutto il film. In quel frangente, è il buon senso a parlare e a far dire alla star di Hollywood quella fatidica affermazione che allo stesso tempo assegna una grande importanza al ruolo della sessualità all’interno di una relazione, ma che allo stesso tempo evidenzia tutti quei limiti conoscitivi che qualsiasi normale coppia ha sull’intimità fisica. E che non ha nessuna colpa a riguardo. D’altra parte chi potrebbe essere responsabile della scarsa conoscenza di ciò che nella nostra società è a tutti gli effetti un tabù? Ma è proprio la sua natura di “tabù” ad aver assegnato alla sessualità un ruolo chiave in determinati settori economici, in particolar modo legati alle “arti” visive. Pensiamo ad esempio ai film erotici di Tinto Brass prima e ai siti pornografici dopo: entrambi sono e sono stati di successo proprio perchè la società alimenta la condizione di tabù nei confronti della sessualità, e dato che ogni cosa avvolta da un’aura di mistero, trasgressione e fuga dalla normalità diviene di fatto più ambita, ne consegue l’enorme successo che l’industria della sessualità ha avuto e ha ai nostri giorni. Di fatto, se la sessualità non fosse un tabù, non fosse dunque sottoposta a censura, non vi sarebbe pressochè alcun interesse a navigare su siti web quali Youporn o Pornhub, che al contrario riescono a ricevere un traffico internet elevatissimo (ad esempio Pornhub è uno tra i dieci siti più visitati in Italia) e a fatturare guadagni da capogiro. Con la diretta conseguenza che se è possibile, tramite il semplice gesto di collegarsi a un qualsiasi sito porno, farsi una conoscenza vastissima di pratiche sessuali, non è però allo stesso modo facile comprendere cosa sia realmente la sessualità e come inserirla correttamente nella realtà della vita di coppia, in contrapposizione a quello che è il mondo favolistico e utopistico visibile nel porno online. In altri termini, se dunque le conoscenze quantitative relative alla sessualità si possono facilmente ottenere semplicemente collegandosi a un sito come Pornhub, non è però allo stesso modo semplice ottenerne di altre di tipo qualitativo su tale argomento. E la coppia ne risente. A cominciare dal cosa “significhi” la sessualità in una relazione, soprattutto se si tratta del primo rapporto sessuale tra due persone che si stanno frequentando. A partire dalla prima volta che due individui impegnati in una reciproca conoscenza decidono di farlo, l’atto sessuale assume un’importanza fondamentale poichè racchiude in sè un palese valore simbolico, consistente nel sancire l’avvio vero e proprio della relazione, che passa così da semplice conoscenza a rapporto di coppia. “L’abbiamo fatto, quindi ora non siamo più amici, ma stiamo insieme”. Questo è il senso che ha il primo rapporto intimo tra due persone, un senso che risponde altresì a precisi principi di matrice evoluzionistica: dato che la finalità biologica dell’atto sessuale è procreativa, e lo sarà per sempre (poichè il nostro inconscio − che è lo stesso di quando abitavamo nelle caverne − è biologicamente strutturato per ritenere che la finalità sia tale e solo tale), la volontà di avviare una relazione con la persona con cui abbiamo consumato l’atto sessuale risponde alla necessità di stare insieme per poter crescere il futuro figlio o i futuri figli. Personalmente mi sono reso conto della veridicità di tale principio evoluzionistico anche in terapia: ad esempio coppie che non avevano figli e che non intendevano averli spesso presentavano disturbi sessuali, prevalentemente riconducibili alla mancanza di desiderio, all’insoddisfazione dell’atto sessuale e alle conseguenze di tali malesseri, che a loro volta causavano altri stati patologici ancora (ad esempio disfunzione erettile in lui, assenza dell’orgasmo e/o della lubrificazione vaginale in lei...). Tutti stati clinici che si scopriva poi essere legati alla visione della sessualità esclusivamente ludica e senza altra finalità. Infatti, se si toglie a una funzione biologica la finalità sua propria, la stessa non può che ritorcersi contro di noi, sia a livello fisico sia a livello psichico. Poniamo il caso dell’alimentazione: è ovvio che la finalità sia quella conservativa dell’organismo, perchè se non ci si nutre si muore; però non è assolutamente detto che si debba mangiare solo per questo motivo, anzi, la gastronomia e le ricette di cucina non esisterebbero se si concepisse l’alimentazione in un modo così basilare ed animalesco! Non potremmo avere tutti quei piatti regionali ed etnici che così tanto amiamo e ricerchiamo, nè tantomeno tutti quegli abbinamenti alimentari che rendono la nostra dieta meno monotona e aiutano a renderla variata. Ma se la finalità dell’alimentazione viene intesa come esclusivamente ludica, allora non potranno che verificarsi seri problemi di salute come l’obesità, l’ipercolesterolemia, i disturbi epatici...e patologie come la bulimia. Ciò avviene qualora questa funzione fisiologica − ovvero l’alimentazione − non viene più intesa come tale, bensì come puro e semplice soddisfacimento di un proprio desiderio (il piacere del palato), e perciò si esagera. Intendiamoci, è normale che si mangi (anche) per piacere, ma se si concepisce solo come una ricerca del piacere, questo piacere rischia di diventare un dispiacere! E questo gioco di parole vale anche per la sessualità: se si fa sesso solo per piacere, senza altra finalità di ordine superiore, a lungo andare diventa dispiacere. Infatti, dal momento che la vera e propria finalità della sessualità è il concepimento, e la finalità ricreativa − benchè molto importante in un rapporto di coppia − passa in secondo piano per il nostro inconscio, ne consegue che spesso le coppie che stanno insieme da tanto tempo e ciononostante non hanno avuto e non vogliono dei figli, vivono il sesso (e molto frequentemente anche la loro unione in generale) come deludente. Ma qual’è la causa di tutto ciò? L’inconscio, quella parte della nostra mente così misteriosa, ma allo stesso tempo così quotidiana, che utilizziamo molto più di quanto pensiamo, dato che regola aspetti comunissimi della vita di ogni giorno quali il manifestarsi delle emozioni, l’attività onirica e anche il sesso. L’erezione, per un uomo, è un’attività inconscia, che in condizioni naturali avviene perchè è l’inconscio a decretare che in quel momento è necessario il coito e dunque che essa si verifichi; la lubrificazione vaginale e l’orgasmo, per una donna, sono pure manifestazioni dell’inconscio, che appunto avvengono a seguito dell’avvento di determinate fantasie nel flusso mentale e/o in risposta a determinati stimoli multi-sensoriali (visivi, olfattivi, uditivi, tattili, gustativi). D’altra parte è noto che le aree cerebrali che regolano l’attività sessuale sono estremamente antiche da un punto di vista filogenetico, cioè sono comparse in epoca antichissima e pertanto − così come per altre aree cerebrali molto antiche quali quelle che regolano il sonno, la fame, la sete e le emozioni − sono di tipo sottocorticale (la corteccia cerebrale ha infatti fatto la sua comparsa molto più tardi da un punto di vista evoluzionistico rispetto alle varie strutture poste al di sotto di essa) e governate dalla mente inconscia. Ed è l’inconscio a comunicare un risentimento nei confronti dell’atto sessuale fine a se stesso (soprattutto se frequentemente ripetuto), senza dunque la possibilità di procreare: in poche parole ci comunica che è inutile continuare ad avere rapporti sessuali con quel partner se poi da questi rapporti non nasce alcunchè. L’inconscio penserà bene che il nostro partner sessuale, con il quale noi coscientemente vogliamo fare sesso solo per divertirci, è probabilmente sterile e dunque non meritevole di tali attenzioni, che dovrebbero invece essere dirette a un’altra persona con cui al contrario è possibile generare una prole. Ovviamente l’inconscio non sa che è possibile avere dei rapporti sessuali con una persona solo per divertirsi e che magari non c’è alcuna intenzione di avere dei figli: questi sono concetti razionali, coscienti, che l’inconscio non capisce. Si potrebbe dire che inconscio e coscienza, irrazionalità e razionalità, parlano due lingue diverse e pertanto tra loro non si capiscono. Ma siccome è l’inconscio che regola l’attività sessuale, se non lo si prende in considerazione si rischiano gravi patologie in tale ambito. A tal proposito, dovremmo però anche lavorare di coscienza e razionalità, e accettare l’idea che l’atto sessuale non dovrebbe essere fine a se stesso, ma racchiudere − oltre alle già citate finalità ludiche − anche altre di tipo procreativo laddove le stesse siano effettivamente e obiettivamente attuabili. Ma torniamo all’esempio dell’alimentazione: abbiamo visto che mangiare solo per gusto può portare a conseguenze spiacevoli...e cosa dire però dell’esatto contrario, cioè quando il gusto diventa disprezzo? Cosa dovremmo dire dell’esagerazione opposta, ovvero quando l’alimentazione viene in tutto e per tutto osteggiata e si crea una particolare condizione patologica nota come anoressia? Anche questo eccesso è da evitare. Allo stesso modo potremmo fare l’esempio delle coppie in cui uno o entrambi i componenti avversano proprio l’attività sessuale o − peggio ancora − la utilizzano come ricatto o merce di scambio. A riguardo, ho sentito molte donne le quali − profondamente convinte del fatto che il loro corpo abbia un valore, che pertanto può essere utilizzato come merce di scambio − utilizzavano la sessualità come ricatto, ad esempio: “Se non ci facciamo quelle due settimane in quel resort di Zanzibar che ti dicevo, quello che ho trovato io su Booking e che come puoi vedere anche su Insta ci vanno a passare le vacanze anche i VIP (perchè io gli hotel li so scegliere), allora lo sai che continuo a essere così irritata, così delusa...e così irritata e così delusa come sto non mi va di farlo”. Ma poi ho notato che molti uomini, che forse hanno imparato dalle donne che un tale tipo di atteggiamento potrebbe tornare a proprio favore, tendono dal canto loro a fare praticamente gli stessi discorsi e dunque gli stessi ricatti, ad esempio: “Che vado o meno tutti i venerdì dagli amici a giocare a poker (che poi non sono tutti i venerdì, perchè l’altro venerdì non ci sono andato perchè il tuo compleanno è dovuto capitare proprio di venerdì), non è cosa che ti riguarda. Gli altri pure hanno la compagna, ma le compagne loro, a differenza tua, l’hanno capito che il venerdì si gioca. E se continui ogni volta a lagnarti di questa cosa non fai altro che stressarmi ulteriormente e mi fai venire il mal di testa...e allora poi non te la prendere se non mi va di farlo”. Ecco, questi due sono dei casi lampanti in cui la sessualità è fatta dipendere da condizioni terze, dalle quali si vuole ottenere un qualche vantaggio. Il concedere il proprio corpo diventa così moneta di scambio al fine di raggiungere un qualche obiettivo diverso dal sesso stesso. Se dunque un partner dice all’altro che lo farà, ma se e solo se vengono soddisfatte delle proprie richieste, allora vuol dire che l’interesse verso la sessualità è pari a zero, poichè la stessa diviene solamente un mero mezzo attraverso cui si cerca di arrivare a qualcos’altro. Anche in tal caso l’inconscio fa la sua parte e il sesso è reso poco o per niente piacevole: per chi si concede al fine di ottenere dei favori di qualche tipo diviene come un obbligo, un dovere, una faccenda da compiere (e quale appagamento si potrebbe ottenere da ciò?); per chi invece lo fa a fronte della promessa o della realizzazione di favori al partner diviene frustrante, meccanico e prosaico, e di conseguenza allo stesso modo poco o per nulla appagante. In conclusione, conviene non farsi prendere dagli eccessi nell’ambito della sessualità: il sesso dev’essere inteso come dinamica di coppia che può sì avere una finalità ludica, ma non dovrebbe essere limitato a ciò; deve inoltre essere distaccato dagli altri aspetti della vita di una coppia (soprattutto se problematici) e deve essere vissuto con assoluta serenità. Dato che l’inconscio non sa cosa sia il dovere, allora è inutile “obbligare” il sesso e le sue polimorfiche manifestazioni. Al contrario, è necessario che ci siano una serenità e una intesa di coppia tali da poterlo fare senza ansie e frustrazioni inutili. Non bisogna mai dimenticare che, in quanto simbolo di unione di una coppia, la sessualità riveste un ruolo chiave in una relazione, e viverla in modo sbagliato (o non viverla affatto) non può che privare la relazione stessa di una sua componente imprescindibile. Di qualità e non di quantità.

martedì 21 aprile 2020

MIGLIORAMENTO PERSONALE: OPPORTUNITÁ O SCOMMESSA?

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA FARE CULTURA, POLITICAMENTE CORRETTOANANKE NEWS.

Il frangente in cui si trova la nostra società porta a inevitabili riflessioni e bilanci nell’esistenza di ognuno di noi, ma allo stesso tempo porta anche più tempo e più voglia di lavorare su noi stessi. Ed ecco che il desiderio di divenire persone migliori fa il suo ingresso nella nostra mente, benchè non tutte le persone vogliano veramente migliorarsi: molte lo desiderano, ma tale desiderio prende più le sembianze di un mero e rilassante esercizio della fantasia, un sognare ad occhi aperti che permette anche solo per pochi minuti un momentaneo distacco dalla rigida, fredda e inevitabile routine quotidiana. Nulla di più. Infatti non basta volere qualcosa, ma serve anche adoperarsi attivamente per riuscire ad ottenerla, altrimenti ciò che si vuole rimarrà sempre e soltanto un sogno irrealizzato. Non che nella vita non si debba sognare, anzi, può anche essere piacevole e terapeutico...ma assolutamente non si deve incorrere nell’errore di fare della propria vita un sogno. La vita, che piaccia o meno, è realtà e come tale va vissuta e affrontata. Nel migliore dei modi possibile. Ecco perchè il miglioramento personale è di fatto uno strumento fondamentale al fine di affrontare tutte le sfide che la vita ci pone dinanzi. In merito a ciò, alcune persone vedono il miglioramento personale come un’opportunità, una grande e importante opportunità; altri più critici la vedono invece come una scommessa verso se stessi, il che implica che si possa vincere o perdere. Ma in realtà il miglioramento personale è entrambe le cose: opportunità − poichè può aiutare veramente a vivere una vita migliore − e anche scommessa, dal momento che non sempre si riesce a ottenere nei termini prefissati, ovvero secondo le proprie aspettative. Ovviamente con l’aiuto di un professionista il miglioramento personale diventa più facile, poichè si ha qualcuno al proprio fianco − come un mister, un allenatore con la propria squadra o il proprio atleta da seguire − che aiuta a stabilire degli obiettivi e a fornire degli strumenti e delle tappe per raggiungerli. Dal momento che nessuno è perfetto e che la perfezione non esiste, è innanzitutto fondamentale doversi porre degli obiettivi realistici, che non siano pertanto delle chimere. Molte persone che si avvicinano al miglioramento personale in modo ingenuo commettono infatti il diffuso errore di prefiggersi obiettivi soggettivamente ritenuti raggiungibili, ma oggettivamente irraggiungibili, che proprio in quanto tali non fanno altro che creare frustrazione in chi cerca di raggiungerli fallendo inevitabilmente. Ad esempio una persona che ha chiesto il mio intervento professionale a seguito del suo divorzio e della conseguente necessità di riorganizzare la sua vita, voleva sì migliorare, ma si prefiggeva obiettivi del tutto inidonei per le sue possibilità: in particolar modo nel giro di qualche mese voleva recuperare la forma fisica, riordinare e riorganizzare la casa (cosa peraltro molto ardua anche in quanto si trovava sempre fuori per lavoro) e pure cambiare vettura. Abbiamo dovuto innanzitutto lavorare sul ridimensionamento degli obiettivi: ok quindi alla forma fisica, ma senza esagerare (evitare un accanimento con la palestra e l’attività motoria, no a diete iperproteiche e ad integratori farmaceutici...) e anteponendo l’obiettivo del dimagrimento a quello dell’acquisizione e del mantenimento della massa muscolare; la casa poteva sì essere riordinata, ma dando priorità alle stanze più importanti e maggiormente utilizzate, lasciando per ultime quelle accessorie e meno utilizzate; il cambio dell’auto, infine, poteva essere del tutto eliminato dal momento che in realtà non c’era una reale necessità di cambiarla, ma si trattava più che altro una consolazione post-divorzio. Alla fine riuscì veramente a raggiungere questi obiettivi − realistici − e si rese anche conto che a 43 anni era inutile doversi dedicare al fitness in modo pervasivo, così come non c’era necessità alcuna di ricomprare l’auto. Vi era invece la necessità di passare più tempo con i figli e con gli amici, entrambe cose che all’inizio non aveva per nulla considerato, ma che infine capì fossero molto più salienti rispetto ad altre a cui inizialmente diede priorità. Di conseguenza, a fine terapia aveva raggiunto degli invidiabili obiettivi di miglioramento personale per quella che era la sua esistenza, avendo però prima dovuto gradualmente mettere in discussione − e conseguentemente rimuovere − quelle sue aspettative erronee inerenti il suo futuro che si era dapprima posto e che, non riuscendo ad ottenere, non facevano altro che essere fonte di stress, di scoraggiamento e di commiserazione senza fine.
Un errore ancora più grave del porsi obiettivi irrealistici e/o inutili è però quello di non porseli proprio, ovvero di rinunziare in toto al miglioramento personale. Infatti la rinuncia equivale a un fallimento certo e totale, e magari è pure peggio poichè da quest’ultimo si può apprendere qualcosa, che invece non si apprenderebbe se si rinunciasse anche solo a provarci. A riguardo, è esemplare ciò che accade con gli esami universitari: c’è chi li tenta e ha dunque la possibilità di superarli e chi non si presenta proprio e non ha nessuna probabilità di riuscita. Ovviamente chi si presenta a sostenere l’esame può essere più o meno preparato, ma anche chi è (molto) poco preparato ha qualche piccola possibilità di riuscita: magari l’esame è facile, capitano domande su argomenti che si conoscono bene, il professore è di buon umore, si riesce anche a copiare...chissà. In ogni caso, anche se non si dovesse passare l’esame si imparerebbe qualcosa in più per la prossima volta (le domande, le difficoltà incontrate dagli altri studenti, eccetera). Pertanto appare obiettivamente un comportamento erroneo quello della rinuncia e del non agire, che non porterebbe a nulla e nulla ci farebbe ottenere.
La vita può offrirci tante cose, e migliorare noi stessi vuol dire essere in grado di ottenerle. É questa un’opportunità lunga un’esistenza (perchè non è mai troppo presto, nè troppo tardi per migliorarsi), ma anche una scommessa con noi stessi. La scommessa più importante che potremmo mai fare nella nostra vita. Usando una metafora, la vita è un mosaico formato da tanti tasselli, alcuni più grandi, altri più piccoli, che nel passato abbiamo posto e nel presente aggiungiamo per costruire il nostro futuro. Dunque, se non facciamo, se non poniamo i tasselli che andranno a comporre il mosaico della nostra vita, questa vita non la vivremo mai. Ovviamente, però, è fondamentale che questi tasselli che si andranno a porre siano quelli giusti; di conseguenza l’impegno auspicabile in ognuno di noi è quello di migliorarsi ogni giorno, sempre di più, con un grande e nobile obiettivo:

Fare della propria vita un autentico e personale capolavoro

Giovanni Paolo II


sabato 21 marzo 2020

DALL’ISTINTO AL PORNO: ECCO LE CAUSE PIÚ RECONDITE DELLA VIOLENZA SULLE DONNE

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA POLITICAMENTE CORRETTOANANKE NEWS, FARE CULTURA E NOI DONNE.


Al giorno d’oggi sentiamo spesso un gran parlare di violenza sulla donna, un dato che non stupisce tanto se pensiamo che quotidianamente emergono news di cronaca nera narranti le tristi storie di donne di qualsiasi etnia e ceto sociale le quali rimangono loro malgrado vittime di episodi di violenza di vario genere ed entità. E forse se ne parla così tanto proprio perchè è un fenomeno che solo recentemente da un punto di vista storico è emerso agli occhi e alle orecchie della società occidentale. Dopotutto fino a pochi decenni fa, con il regnare del concetto di famiglia e società patriarcale, non si dava gran peso al fatto di alzare le mani verso chi era posto sui gradini inferiori della scala sociale, ovvero donne e bambini. Le molteplici e fantasiose iniziative poste in essere dalla società civile al fine di condannare questa violenza e mostrare solidarietà nei confronti delle vittime di tale fenomeno (mostre, premi letterari, cortei, affissioni varie, apposita personalizzazione dell’immagine del profilo di Facebook, tam tam sui social, realizzazione di opere e manufatti simbolici...) possono essere utili al fine di sensibilizzare la cittadinanza su tale problematica sociale, ma prescindono da qualsiasi possibilità pratica di indurre la cessazione del fenomeno stesso. Esemplificando, parrebbe assurdo immaginare che un uomo il quale è avvezzo a picchiare la sua compagna un bel giorno smetta di farlo solo perchè vedendo un po’ di foto e post su Facebook contornati dall’hashtag “NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” oppure assistendo alla condanna di tal cosa da parte di qualche associazione, opinionista o politico vario, si convinca che ciò sia effettivamente un atto riprovevole e pertanto smetta di porlo in essere. Se fosse così semplice far cambiare atteggiamenti alle persone allora basterebbero le etichette del tipo “Il fumo uccide” sui pacchetti di sigarette per farle smettere di fumare e l’avvertenza “Il gioco può creare dipendenza patologica” al fine di evitare la dipendenza psicologica dal gioco. Purtroppo non è così, perchè fortunatamente la mente umana è troppo complessa per poter funzionare in maniera così semplice e meccanica. E soprattutto, nella mente coesistono emozioni e razionalità: le prime portano a condotte molto spesso istintive, la seconda ad altre che sovente sono oggetto di attenta pianificazione e valutazione. Quando l’uomo alza le mani sulla donna non lo fa quasi mai con razionalità − e ciò è confermato anche dalle numerose sentenze che specificano che gli atti violenti nei confronti della donna non erano premeditati − ma con istintività e rabbia, dunque facendosi guidare dall’emotività. Quando qualche donna mi dice che il suo uomo non manifesta mai delle emozioni con lei, la tiro su di morale rispondendole che dovrebbe considerare anche il rovescio della medaglia: se lui manifestasse delle emozioni, ma negative, non sarebbe di gran lunga peggio? La violenza sulle donne è dunque un comportamento istintivo posto in atto a seguito del manifestarsi dell’emotività di un uomo, in particolar modo riconducibile alla sfera della rabbia, del rancore, un’emozione che − come tutte le altre emozioni − è prodotta dal sistema limbico, una parte molto primitiva del nostro sistema nervoso, che ha fatto la sua comparsa di gran lunga prima del lobo prefrontale, ovvero la parte del cervello più deputata al ragionamento critico e alla razionalità. Usare la violenza vuol dire dare sfogo ai nostri istinti primordiali, veicolati principalmente da paura e rabbia, che d’altra parte si sono rivelati adattivi da un punto di vista evoluzionistico in quanto ci hanno permesso di sopravvivere in millenni di storia evolutiva. Ovviamente in una società civile bisognerebbe dare spazio più che altro alla razionalità, ma la mente è spesso legata a componenti più primordiali quali le emozioni...e sta a noi scegliere quale delle due strade seguire: quella della razionalità o quella dell’istinto. E molti uomini scelgono proprio quest’ultima.
Ora viene lecito chiedersi come mai in una società civile come quella odierna può mai accadere che le emozioni prendano il sopravvento, come mai la civiltà non sia in grado di elevare un uomo dalla sua condizione di fiera selvaggia, quale è stata non per sua volontà sin dalla notte dei tempi. Per quanto sarebbe idilliaco pensare che un giorno la civiltà ci renda esseri perfettamente razionali ed equilibrati, tutti cittadini e genitori modello, c’è da constatare che però molto spesso è la civiltà stessa a (ri)condurre un individuo alla sua natura bestiale, inducendolo a dare sfogo totale alle sue pulsioni e al soddisfacimento dei piaceri più venali. Questo è quanto fa ogni giorno − o forse meglio “ogni notte” − l’industria pornografica, i cui profitti si basano proprio sullo sfruttamento dell’indole bestiale celata in qualsiasi uomo. La pornografia permette di poter soddisfare i desideri e le pulsioni più recondite dell’animo umano, qualunque esse siano, alimentando − se utilizzata in eccesso − deliri di onnipotenza, derealizzazione, dipendenza psicologica e molte altre psicopatologie. Ma la pornografia − soprattutto se di tipo violento, dunque sadomaso o hardcore o comunque se basata su taluni atti sessuali implicanti violenza e/o umiliazione − può anche giocare un ruolo chiave nel determinare la liceità, per un uomo che ne fa uso ingente, della violenza sulla donna: infatti c’è uno stretto legame tra la violenza fisica di tipo sessuale e quella fisica di tipo offensivo, e purtroppo tale distinzione non si fa quasi mai, tanto si sente distinguere la violenza solamente in fisica e non verbale/psicologica. Ma la violenza fisica, riguardo alle donne, è anche di diversi tipi, a seconda del contesto: può essere infatti messa in atto per punire una donna o invece solo per provare dell’appagamento sessuale. In tantissime pratiche sessuali oggetto di video pornografici e facilmente reperibili in rete, la donna è molto spesso raffigurata come mero corpo-oggetto, tant’è che potrebbe sembrare quasi una sorta di bambola gonfiabile giusto un tantino più evoluta e dinamica della sua equivalente di gomma, è tipicamente passiva − ragion per cui è l’uomo che decide cosa fare e lei accetta ed esegue senza battere ciglio − e pertanto si fa mettere le mani addosso (e ovviamente non solo quelle) subendo qualsiasi tipo di pratica e manipolazione possibile e immaginabile. Ora, se un uomo che fa largo uso di pornografia, che spende tutto nel night club e se ha ancora qualcosa da spendere lo utilizza per andare con qualche escort che facilmente si può trovare online (o che tali cose le ha fatte in passato, ma comunque sempre in maniera tangibile e sistematica) arriva a considerare lecito poter fare ciò che vuole del corpo di una donna, almeno in ambito sessuale, potrebbe anche arrivare a pensare che se è lecito fare tutto ciò, allora ragionevolmente lo è anche farlo per altre ragioni, come quella di voler punire una donna. Il passaggio tra la violenza sessuale e quella offensiva può essere pertanto molto, ma molto breve, e qualsiasi donna − sebbene consenziente − la quale a vario titolo (ottenimento di soldi o di favori, voglia di imitare le pornostar del web, desiderio di vendicarsi dell’ex sperimentando cose molto più spinte con il nuovo partner...) si presti a subire “violenza” sessuale, ovvero a pratiche sessuali che ne fanno uso, dovrebbe essere conscia che così facendo potrebbe essere lei stessa a favorire l’insorgere della violenza su una sua pari. D’altronde si sa che la violenza genera violenza, ma è il caso di specificare che la violenza − di qualunque tipo sia − genera violenza.

mercoledì 23 ottobre 2019

SOLDI, FAMA E DISVALORI: ECCO LE NUOVE POPSTAR CHE ASCOLTANO I NOSTRI FIGLI

ARTICOLO DI EUGENIO FLAJANI GALLI ESTRATTO DA FARE CULTURA,  ACCORDO E ANANKE NEWS.

La strada per la fama e il successo è una di quelle strade tra le più aspre e difficoltose, che solo pochissime persone al mondo riescono a percorrere fino in fondo. E quando si arriva a destinazione, non è detto che sia stato un bene l’averla intrapresa
In ogni caso la fame di fama, per usare un gioco di parole, è oggi viva più che mai, e per raggiungerla si utilizza qualunque mezzo, non escluso quello di apparire come cattivo esempio alle nuove generazioni, pur di essere conosciuti e apprezzati. Da Miley Cyrus che fuma marijuana in diretta TV agli MTV Ema Awards (Huffington Post, 22-1-2019), ad Ariana Grande che sculetta allegramente a quattro zampe e intona: “Mi piace, lo voglio, lo prendo” (Il Fatto Quotidiano, 16-9-2019). Renato Pozzetto esclamerebbe: “Eh la Madonna!”. E sì, c’è anche Madonna, arrivata al suo concerto con 3 ore di ritardo e salita sul palco ubriaca fradicia (Today, 20-1-2016). Sono solo una manciata delle innumerevoli esibizioni “originali” delle più celebri popstar dei nostri giorni. Ah, ovviamente ce n’è anche qualcuna di un’altra era ad esempio Madonna evidentemente in preda a crisi di mezza età e conseguente desiderio di apparire moderna e disinibita al pari delle odierne teen popstar. Ma al di là di qualche isolata popstar del passato, oramai quasi caduta nel dimenticatoio, quel che è più preoccupante è come siano le NUOVE generazioni di popstar a imporsi e comunicare alle nuove generazioni di amanti della musica. É noto che produrre brani carini e che possano piacere sia per la melodia sia per le parti cantate non è sufficiente per poter raggiungere la tanto agognata fama, bensì è necessario anche (e soprattutto) farsi notare. Ma se ci si fa notare per cause positive e apparendo come brave ragazze o bravi ragazzi si finisce nel paradosso di essere bollati alla stregua di personaggi noiosi, piatti e conformisti; al contrario se si appare come ribelli, selvaggi, anti-establishment e cattivi ragazzi o cattive ragazze, allora in tal caso si acquista più carisma e dunque più fama. Prendiamo proprio due tra le più celebri popstar di oggi come esempio: Ariana Grande (che di “grande” ha però pochissimo, essendo alta come una bambina di 10 anni) e Miley Cyrus, l’ex reginetta della Walt Disney che fuma più di Bob Marley, Wiz Khalifa e Snoop Dogg messi insieme. Sono entrambe delle cantanti senza oggettive doti canore di rilievo, tant’è che la prima ha vinto 2 soli Grammy Award e la seconda nemmeno mezzo. Un numero bassissimo pensando che si tratta di cantanti con svariate decine di milioni di fan sui social e miliardi di visualizzazioni su YouTube alle loro canzoni più importanti. Tanto per intenderci, se facciamo il parallelo con una leggenda della musica come Bruce Springsteen, possiamo notare che questi ha ottenuto addirittura una ventina di Grammy. A questo punto potremmo dedurne che si tratta di cantanti le quali, non potendo farsi notare per la loro bravura in quanto artiste, devono per forza farsi notare in altro modo, ovvero dando cattivi esempi alle nuove generazioni. E se si parla alle nuove generazioni, questo gioco è facile: basta fare le disinibite, le ribelli che pongono in atto ciò che è vietato e/o è avversato dalla maggior parte della società civile...tutte cose che strizzano l’occhio ai giovani che si trovano nella fase della vita in cui provano dei sentimenti di ribellione contro i genitori, la scuola, la società in generale e così via. Paradossalmente si tratta di VIP che rappresentano cattivi esempi e proprio per tale ragione sono considerati da seguire. Tutto ciò lo sanno bene i vari manager dei nuovi “bad guys” o delle nuove “bad girls” (a riguardo è esemplare Rihanna, che su Instagram si è data il nickname “BadGalRiri”, cioè “Riri, la cattiva ragazza”), che non perdono l’occasione di incitare le popstar di oggi a mettersi in mostra in tal modo, proprio al fine di incrementare notorietà e (dunque) guadagni. Ma lo sanno bene anche gli organizzatori dei tanti eventi − in particolar modo festival − che pertanto colgono la palla al balzo e cercano di accaparrarsi tali popstar al fine di vendere più biglietti possibili. D’altra parte stiamo pur sempre prendendo in considerazione star che hanno decine di milioni di follower sui social, al contrario di quanto invece accade per molti cantanti più “impegnati” e acclamati dalla critica, che spesso e volentieri ne hanno moltissimi di meno. Riprendendo in considerazione Bruce Springsteen, si può notare che egli ha solo un milione e mezzo di follower su Instagram, al contrario dei 380 di Ariana Grande o dei 215 di Miley Cyrus. Tutto ciò ci porta a questa conclusione: tipicamente i cantanti più seguiti dai giovani non hanno necessariamente un grande talento e, spesso, sono più famosi per fatti di cronaca e gossip o perchè si impongono come influencer. Oltretutto, alcuni noti cantanti di oggi sono in primo luogo degli influencer i quali si sono dati alla musica e sono poi divenuti delle popstar poichè hanno saputo diffondere e pubblicizzare bene i loro brani, facendo leva anche (e soprattutto) sulla vasta schiera di follower a loro disposizione per farli diventare virali. Un esempio lampante è il rapper Lil Nas X, già noto influencer tratto caratteristico che si ripercuote anche sulle sue performance dal vivo che si è riuscito a imporre in ambito musicale per aver composto la hit Old Town Road, che è stato in grado di lanciare proprio grazie al supporto fondamentale della sua base social. E pare che al giorno d’oggi la strada maestra per imporsi musicalmente sia proprio quella di essere in grado di produrre hit virali. Magari anche con l’aiutino di temi che strizzano l’occhio alla generazione Z. Non è un caso se la trap, con contenuti così spiccatamente connessi a sesso, droga, violenza e altri disvalori sia praticamente il genere di maggior successo tra i giovani. Ma d’altra parte i grandi critici musicali potrebbero mai parlare a favore di chi canta brani dal simile contenuto, oppure di chi si fa ritrarre perfino in pubblico e perfino dinanzi a milioni e milioni di telespettatori con una canna in mano?! Certo che no! A ogni modo, benchè ci siano pure delle eccezioni alla regola, ciò che sta succedendo al giorno d’oggi è che le nuove generazioni antepongono la quantità alla qualità e seguono un tale VIP più per un fatto che è famoso in sè che per il fatto che sia o meno degno di essere seguito (in tutti i sensi). D’altra parte per un ragazzo è una questione di sicurezza: se sono fan di un cantante famosissimo, amato e conosciuto da centinaia di milioni di altri ragazzi, allora posso essere ben visto e ben accettato; se al contrario sono fan di un cantante più di nicchia, “underground”, di conseguenza sarebbe più difficile farsi accettare. Allo stesso modo, se mi reco ad un festival ove si esibisce come headliner (cioè come artista principale) un cantante i cui brani su YouTube e Spotify sono stati riprodotti da miliardi di persone, è molto più probabile che se faccio foto e video e poi li posto, questi ottengano tantissimi like, reactions, commenti, visualizzazioni e condivisioni in più rispetto al caso in cui mi sia recato a vedere un cantante di nicchia (magari perchè impegnato) e dunque fatto e postato le relative foto e i relativi video. Triste ma vero. E l’ho anche constatato di persona a Budapest: infatti, essendomi recato allo Sziget (un famosissimo festival artistico-culturale della durata di una settimana) ho poi letto i giornali che ne trattavano e dunque sono venuto a conoscenza del fatto che il giorno in cui c’era meno gente era quello in cui l’headliner era Kendrick Lamar pluripremiato rapper con alle spalle 14 Grammy, nonchè unico rapper ad aver mai vinto prima d’ora il premio Pulitzer e ciò pertanto la dice lunga sul fatto che la gente preferisce la quantità alla qualità. Ne è la riprova che il giorno in cui c’era più gente è stato invece quello che vedeva come headliner Shawn Mendes l’ennesimo cantante pop dell’ultima ora, molto amato dai giovanissimi, non a torto definito “il nuovo Justin Bieber”− e pertanto il festival era a dir poco stracolmo di famiglie con ragazzini (o bambini?) al seguito, dell’età media di 14/15 anni. Ed ecco perchè queste nuove popstar riempiono i festival: avendo una fanbase di ragazzini (ma anche proprio bambini), ne conviene che questi debbano per forza essere accompagnati, poichè non potrebbero entrare ai festival da soli. E chi li accompagna se non mamma e papà? Infatti sono proprio loro ad accompagnarli, pagando necessariamente il biglietto d’ingresso benchè possa pure importargli meno del nulla di provare l’ebbrezza di assistere a un concerto di cantanti a loro sconosciuti che si esibiscono dinanzi a una pletora di ragazzini urlanti con lo smartphone in mano. E se ognuno di questi ragazzini portasse pure fratelli, sorelle o amici con relativi genitori, gli introiti salirebbero ancora di più. Puntare invece a far esibire a un festival artisti per ragazzi quantomeno maggiorenni potrebbe causare problemi interni all’evento stesso (i giovani lasciati senza genitori potrebbero ubriacarsi, fare uso di stupefacenti e dunque arrecare tutta una serie di danni che andrebbero dal vandalismo fino alle risse più gravi, passando per la necessità di essere soccorsi da personale medico e paramedico allorchè si sentono male), mentre invece puntare ad artisti più “storici” potrebbe comportare difficoltà di altro tipo: cantanti che hanno fatto la storia della musica e si esibiscono ancora come Bruce Springsteen, Bob Dylan, Roger Waters o i due Queen ancora in vita possono costare ben oltre il milione di dollari a concerto (pensiamo che attualmente la band in assoluto più costosa al mondo sono i Rolling Stones), ragion per cui i prezzi di ingresso potrebbero farsi proibitivi; inoltre un pubblico più adulto è necessariamente e giustamente più esigente: potrebbe pertanto infastidirsi se ci sono molte file, si aspetterebbe di mangiare e bere bene ed avere a disposizione un’adeguata area lounge in cui rilassarsi.... Allo stesso modo, avendo più esperienza alle spalle, potrebbe accorgersi di più di eventuali difetti dell’organizzazione (un palco non adeguatamente allestito, un impianto non all’altezza dell’evento, orari delle esibizioni non sempre rispettati...). Quindi in fin dei conti gli organizzatori dei grandi festival internazionali preferiscono generalmente piazzare come piatto principale proprio cantanti pop molto conosciuti e seguiti sui social, soprattutto dai giovanissimi. Indipendentemente da quanto essi siano effettivamente riconosciuti di valore dalla critica e indipendentemente dai valori e dagli esempi che essi possono veicolare alle nuove generazioni. Anzi, anche meglio se sono snobbati dalla critica e se danno cattivi esempi: così acquistano ancora di più la fama di ribelli e vengono apprezzati dai giovani, quegli stessi giovani che ricercano volutamente questo tipo di celebrità come esempio, perchè se invece si seguisse qualche cantante più impegnato si correrebbe il rischio di essere bollati dai propri pari come secchioni, dunque sfigati, dunque emarginati sociali, dunque elementi da escludere e/o bullizzare. E questo è un aspetto della società odierna che nessun genitore o insegnante dovrebbe ignorare, poichè ignorarlo equivarrebbe ad ignorare la giusta educazione dei giovani e il relativo giusto sistema etico e valoriale che gli stessi dovrebbero acquisire. Siccome però una tale influenza sociale negativa è posta in essere da personalità di spicco molto ben considerate dai minori − come delle star della musica, allora diventa più difficile per gli adulti farsi sentire nella loro mission educativa. Difficile, ma non impossibile. In tutto ciò, infatti, ci sono diverse soluzioni che potrebbe adottare un genitore laddove si accorgesse che un figlio stia seguendo dei cattivi esempi, benchè comunque ostentati da celebrità come quelle passate in rassegna fino ad ora. Più nello specifico, al fine di limitare l’influenza sociale negativa che i cattivi esempi dei social e dei mass media veicolano verso i giovani, gli adulti potrebbero (e dovrebbero) mettere in atto fondamentalmente tre strategie:

1. Istruire il proprio figlio a una reale cultura musicale. La maggior parte dei ragazzi che segue cantanti che danno cattivi esempi lo fa anche e soprattutto poichè non ha reali alternative: avendo una cultura musicale pari pressochè a zero, non si accorge che possono esserci molti altri artisti e generi differenti da seguire e a cui appassionarsi. In ciò è spesso complice la scuola, che fa educazione musicale tralasciando praticamente tutto il novecento e il nuovo millennio. Ma un genitore può benissimo fare le veci del docente, ad esempio trovando brani di altri artisti e di altri generi su YouTube e facendoli ascoltare al proprio figlio: blues, soul, jazz, gospel, country, folk, funky, experimental, world music...vi sono tantissimi generi tralasciati dal panorama musicale mainstream internazionale, non farli conoscere ai millennials vuol dire un po’ farli morire. E facendoli morire, si fa morire anche la cultura stessa. D’altra parte cos’è la cultura, in ambito musicale, se non venire a conoscenza di generi, brani ed autori/compositori che prima erano ignoti? Ovviamente generi, brani ed autori/compositori che possono poi piacere oppure no, ma prima di tutto occorre ascoltarli; solo dopo l’ascoltatore (ad esempio il figlio a cui si fanno ascoltare queste cose tramite YouTube) potrà esprimere un giudizio, non prima! Prima si ascoltano, poi se piacciono ok, sennò non fa niente...si passa a brani, generi e autori/compositori successivi!

2. Spiegare che apparire “critici” (!) verso la società, comportandosi in modo provocatorio, volgare, illegale e pericoloso veicolando così dei cattivi esempi per chiunque segua tali condotte ed atteggiamenti − non è di per sè la strada verso il successo. Ovviamente il giovane ribatterà che non può essere così perchè chi palesa tali condotte ed atteggiamenti sono VIP, persone di successo con tantissimi soldi, fan, eccetera, eccetera...però qui si commette un errore di pensiero: si chiama bias della disponibilità e consiste nel sovrastimare come probabili avvenimenti e situazioni dal grande impatto emotivo...che però non sono così frequenti come si potrebbe pensare! Si tratta solo di un brutto scherzo che ci giocano le nostre emozioni: ad esempio dato che il solo pensiero di diventare ricchi vincendo alle slot machine ci piace molto, allora lo teniamo anche più frequentemente nella nostra testa, tra i nostri pensieri, piuttosto che pensare che le probabilità reali di farcela sono pari allo zero virgola e non si sa quanti altri zeri dopo. Ciò accade poichè non siamo delle macchine, dei software, ed è normale che si ragioni più in termini emotivi che in altri statistici. Dunque sarebbe da controbattere bene che non vuol dire che se Ariana Grande è diventata una grande (statura esclusa) muovendo le natiche e intonando “Mi piace, lo voglio, lo prendo”, allora TUTTE le ragazze un po’ carine (e soprattutto svestite e provocanti) che fanno cose di questo genere, da caricare poi sui social, diventino famose. Occorre aprire gli occhi. Su Instagram e TikTok, ad esempio, ci sono tantissime belle ragazze che nonostante abbiano migliaia di follower hanno difficoltà a monetizzare i loro contenuti (di belle ragazze ce ne sono tante, di brand disposti a pagare bene per pubblicizzare i loro prodotti tramite le influencer molti di meno), e molte di loro hanno imitato questi “cattivi esempi” proprio illudendosi di poter diventare ricche e famose come loro. Illudendosi.

3. Insegnare ai figli quali sono i “cattivi esempi” e non abbandonarli in loro balia; impegnarli piuttosto in attività più utili e importanti. Molto spesso i ragazzi di oggi sono poco sorvegliati e lasciati a loro stessi. Magari ci sono anche famiglie in cui si parla poco e di cose poco importanti, pertanto è difficile per un ragazzo capire quali esempi sono da seguire e quali no. Ma dato che tali nozioni sono troppo importanti per essere degne di essere inserite nei programmi scolastici, sta alla discrezione del docente parlarne in classe o meno. Stando così le cose, è fondamentale per un genitore insegnare al proprio figlio quali sono gli esempi da seguire e quali quelli da evitare. Infatti vi sono sia esempi buoni sia altri negativi, e l’importante è capirne la differenza. A ogni buon conto, se ad esempio una ragazzina di 13 anni ha tanto, troppo tempo da dedicare ad Ariana Grande, Miley Cyrus, Billie Eilish, eccetera, vuol dire che evidentemente sta tralasciando attività a lei più importanti, prima tra tutte lo studio. Stanno dunque al genitore la responsabilità e il dovere di intervenire in tali casi.

domenica 29 settembre 2019

ANIMAZIONE DA PAURA: LETTURA PSICOPEDAGOGICA DEI CLASSICI DISNEY - parte 2

Eccoci giunti al punto di conoscere quale sarà il Classico di Walt Disney che, per tematiche e contenuti, si aggiudicherà il primo posto del podio nella classifica dei Classici più spaventosi della storia. Abbiamo passato in rassegna, nella prima parte di questo articolo, noti Classici di Walt Disney che hanno terrorizzato generazioni di bambini di ogni parte del mondo: La carica dei 101, Biancaneve e i sette nani, Pinocchio e Bambi erano i titoli già esaminati precedentemente, ma nessuno si è rivelato così angosciante come quello che vedrete tra pochissimo. Ecco dunque a voi il Classico Disney più terrificante di tutti:

1) FANTASIA (1940)

Non ve l’aspettavate? Eppure Fantasia è un po’ l’emblema di ogni film d’animazione di Walt Disney, anzi, forse l’emblema dell’intero cinema d’animazione. Ma è allo stesso tempo un emblema di paura, di angoscia per tutti quei bambini (ed ex bambini) che l’hanno visto, almeno una volta nella vita. Quando uscì in sala correvano i tempi della guerra peggiore della storia dell’umanità, di conseguenza è plausibile aspettarsi una non eccessiva allegria dal cinematografo di quel dato momento storico, eppure l’intrinseca poliedricità di Fantasia − complice la sua struttura ad episodi − sta proprio nel regalare sia momenti allegri (ad esempio quelli visionabili durante La danza delle ore oppure durante La pastorale di Ludwig Van Beethoven ambientata sull’Olimpo) sia altri raccapriccianti.
Partiamo dall’episodio di Topolino apprendista stregone: la storia è nota a tutti, con il beniamino di Walt Disney che, trasgredendo alle regole imposte dallo stregone suo mentore, realizza un incantesimo in cui le scope allagano la stanza ove era presente anche Topolino, il quale rischia perfino di annegare, ma si salverà proprio grazie all’intervento provvidenziale dello stregone. Già di per sè una scenetta così angosciante non è per niente bella da vedere per un bambino, ma può essere anche peggiore da un punto di vista psico-pedagogico: il bimbo-spettatore può infatti apprendere da questo episodio che non è bene fare qualcosa da solo, mentre invece è il caso di affidarsi sempre e necessariamente alla figura dell’adulto, pena il mettersi seriamente in pericolo, rischiando perfino la vita. Ciò però va a cozzare duramente contro il dovuto processo di formazione di un senso di responsabilità e di autodeterminazione, cosa che avviene anche e soprattutto sperimentando autonomamente le tante novità che la vita pone dinanzi a un bambino, e non affidandosi sempre e comunque a un adulto a cui delegare ogni cosa da fare. In questo modo un bambino non crescerà mai, e la morale di tale episodio di Fantasia può essere proprio questa: non crescere mai, ma rimanere sempre bambini piccoli e far fare tutto quanto all’adulto di turno, pena il correre inevitabili e gravi rischi.
D’altra parte gli autori di Fantasia non erano nè psicologi nè pedagogisti, e di conseguenza potevano non aver capito le conseguenze psico-pedagogiche della morale di Topolino apprendista stregone, però potevano avere quantomeno il buon senso di non presentare scene indubbiamente di cattivo gusto per un bambino, ad esempio nell’episodio dedicato ai dinosauri: qui, in realtà, il presentare per la prima volta sul grande schermo questi strani animali poteva avere anche una funzione didattica. Effettivamente i dinosauri sono rappresentati bene per essere un film d’animazione destinato a famiglie, o almeno quanto basta per le conoscenze dell’epoca e per i livelli attenzionali di un bambino, ma certe scene sono esagerate: pensiamo al combattimento tra il tirannosauro e lo stegosauro, connotato da una parossistica violenza animalesca, molto cruda e accentuata, che più che eccitare un bambino lo spaventa (e ne è la riprova il soffermarsi dell’inquadratura sul primo piano del muso dello stegosauro oramai senza vita). Sorvoliamo anche su questa scena, magari era stata realizzata anche per poter illustrare al giovane spettatore che i dinosauri combattevano e cacciavano, e dunque che alcuni erano predatori e altri prede, pertanto tale siparietto potrebbe avere un suo perchè da un punto di vista prettamente didattico. Ma la scena successiva decisamente no. Tanto per concludere l’episodio dei dinosauri, la Walt Disney pensa bene di sbatterli via dallo schermo raccontandoci della loro estinzione: a questo punto si vede che la Terra diventa via via sempre più arida, e i dinosauri devono abbeverarsi in pozzanghere che si fanno ogniqualvolta più piccole, e a poco a poco cadono tutti a terra morenti, stremati dagli stenti e dalla sete, fino a diventare niente più che carcasse, e quindi scheletri e ossa sparse. Insomma, arrivano a diventare quello che per noi uomini sono oggi i dinosauri, come li possiamo ammirare nei musei o nei libri di testo. E così la Walt Disney ci regala l’ennesima scena apocalittica e straziante in un film di animazione...per giunta nemmeno didattica. Infatti, nonostante anche al giorno d’oggi non si sappia con chiarezza come si siano estinti i dinosauri, le tesi più accreditate vedono la loro estinzione come dovuta allo schianto di un meteorite sulla Terra, ma anche a cambiamenti climatici molto vasti, e probabilmente perfino a una serie di catastrofici terremoti ed eruzioni vulcaniche. Probabilmente la causa non è una, bensì si tratterebbe di concause susseguite nel corso dei secoli e/o dei millenni, ma la storia della mancanza d’acqua è quanto di più assurdo si possa raccontare. Oggigiorno, a causa dei frequenti sprechi, dell’aumento della popolazione e del surriscaldamento globale − tutti avvenimenti recentissime dal punto di vista storico − l’acqua potabile è sicuramente molta di meno rispetto al passato, e con elevata probabilità i dinosauri ne potevano avere assai di più a disposizione rispetto a noi! Certo, le conoscenze dell’epoca non potevano essere elevate come quelle odierne, però è estremamente errato da un punto di vista didattico esporre una storia puramente inventata come se fosse realmente accaduta, andando a saturare di conoscenze storico-naturalistiche errate il bagaglio culturale di un bambino.
Ma non è finita qui, perchè Fantasia ci riserva, sul finale, un’altra perla di vero e proprio disagio psichico per un bambino, molto probabilmente la più elevata in assoluto: si tratta di Una notte sul Monte Calvo. Da quello che si capisce dalla sparuta trama, su questo monte maledetto ogni notte il demone Chernobog (tra l’altro inquietante già dal nome, che sa tanto di Chernobyl) si diverte a evocare altri demoni, fantasmi e altre non meglio identificate creature raccapriccianti dell’oltretomba, tutte figurine che per un adulto possono o fare schifo o far ridere, ma a un bambino appaiono oltremodo terrificanti, forse anche a causa del fatto che saltellano, svolazzano e si muovono deformandosi e piegandosi su se stesse, mettendo su un vero e proprio teatrino dell’orrore. Come se non bastasse, tutto ciò è reso ancora più inquietante dal fatto che alle pendici di questo monte c’è anche una cittadina, dunque un bambino che abita nei pressi o alle pendici di qualche montagna o collina potrebbe pure immaginare che quello sia il ritrovo di qualche altra riunione di demoni, che allegramente fanno i loro party, i loro rave, e chissà poi quale altra cosa mostruosa. Ma il fatto più grave di questo episodio è, come quello dei dinosauri, proprio l’epilogo: una volta arrivata l’alba si odono infatti dei rintocchi di campana, che piano piano scacciano via le creature mostruose e fanno mettere a nanna il buon Chernobog il quale, essendo stato in piedi tutta la notte, avrà obiettivamente sonno e dunque decide − pur riluttante − di non proseguire per un after party (anche perchè si trova su un monte sfigato e non a Ibiza), bensì di fare la ninna come la campana gli suggerisce. Quindi, la campana, ovvero un mezzo di Dio, di per sè può essere paragonata al canto del gallo, cioè un modo per segnalare a Chernobog che si è fatta la mattina e quindi che è ora di dormire, dopo tutti gli schiamazzi fatti la notte prima. Al limite, se proprio si vuole optare sulla spiegazione che Dio scaccia via i demoni per via delle campane − che stanno a simboleggiare la religione − ci si dovrebbe interrogare sul perchè l’effetto sia così blando. Per un bambino non può essere rassicurante che contro un demonio Dio e la religione possono tutt’al più metterlo a fare la nanna per qualche ora: in tal modo il male, il diavolo, continua ad esistere e ad essere presente, sotto forma di tangibile minaccia che ogni notte può animarsi e fare ciò che vuole. Non è un caso se già al cinema Fantasia avesse spaventato tantissimi bambini, i quali avevano sofferto persino di incubi nel vedere questo film.

Ora, con questo articolo non voglio sostenere che tutti i film di animazione prodotti dalla Walt Disney siano nocivi o di cattivo gusto, d’altra parte hanno fatto compagnia a generazioni intere di bambini, prima ancora dell’avvento della Pixar e quindi di tutti quei film d’animazione computerizzata. Si trattava di altri tempi, in cui al bambino veniva dato molto meno spazio e molte meno attenzioni rispetto ad ora. Oltretutto c’erano molti più bambini, e la società non si poneva tanti problemi nei loro riguardi: anche se qualcuno avesse sviluppato qualche forma di psicopatologia a causa della visione di qualche film di cattivo gusto, ce ne erano pur sempre tanti altri.... Oggigiorno, invece, con il concetto di benessere infantile la società è drasticamente cambiata nel suo modo di vedere i bambini e le loro esigenze: film d’animazione con scene così raccapriccianti non sono stati più prodotti ultimamente. Ma come comportarsi con quelli già usciti e divenuti a tutti gli effetti dei “classici”? Se ci sono scene che possono spaventare il bambino, è decisamente errato per un genitore deridere il figlio solo perchè si spaventa, dovrebbe più che altro comprenderlo e rassicurarlo, evitare di riproporgli certe scene, ma anche ridicolizzarle e riproporle in termini satirici (come nelle parodie tipo Scary Movie) può essere utile. D’altra parte, nell’era di Netflix e dei canali tematici per bambini vi sono così tanti film adatti per loro che il fargli visionare proprio alcuni che li potrebbero potenzialmente spaventare si rivela in fin dei conti superfluo. Al limite, se proprio si vogliono proporre simili film, il suggerimento è di farli visionare solamente a bambini grandi (dai 10 anni compiuti in su), che obiettivamente si dovrebbero spaventare molto meno rispetto a quelli più piccoli. E infine, per quanto riguarda i film ad episodi, come Fantasia, la soluzione è semplice: basta selezionare quegli episodi più adatti alla visione dei bambini e lasciar perdere quelli che al contrario non lo sono.